La peste

Orano, anonima prefettura francese della costa Algerina, città  “... brutta e di aspetto tranquillo [...] senza piccioni, senza alberi e senza giardini, dove non si trovano né battiti d’ali, né fruscii di foglie”, nei primi anni Quaranta del Novecento è teatro di avvenimenti insoliti ed inattesi. Ne è testimone per primo il dottor Rieux, che, una mattina di metà aprile, uscendo dal suo studio trova proprio sul pianerottolo un topo morto. E la sera del medesimo giorno, rientrando a casa, vede arrivare dal fondo del corridoio un sorcio dalla strana, sofferente andatura; la bestiola gli si fa incontro per poi morire ai suoi piedi vomitando sangue. Due avvenimenti fuori posto, pensa Rieux. Avverte il portiere e torna alle sue preoccupazioni familiari, al pensiero della moglie che, malata da un anno, è in procinto di partire per un sanatorio di montagna. Nei giorni seguenti la morìa di topi continua; ogni mattina se ne trovano a mucchi tra la spazzatura e un giornale locale ne conta addirittura più di seimila. L’inquietudine comincia a serpeggiare tra la gente, mentre il dottor Rieux assiste impotente alla morte del suo portiere, per una strana e sconosciuta febbre. Febbre che, intanto, causa altre morti in città. Rieux consulta alcuni colleghi, fa eseguire delle analisi e trova un nome per la febbre misteriosa e crudele, un nome che, però, non si può pronunciare. Le morti di topi cessano e, insieme a queste, anche l’interesse della stampa nei confronti dell’ignoto morbo che imperversa in città. Il fatto, commenta il narratore, è che “i sorci morivano per la strada e gli uomini nella loro camera; e i giornali non si occupano che della strada”. Nel frattempo, però, prefettura, municipio e autorità sanitarie cominciano a consultarsi. Si giunge a una faticosa decisione. Non si pronuncerà la parola “peste”, parola che evoca flagelli e disgrazie senza rimedio in ogni tempo, ma si agirà “come se la malattia fosse la peste”. I provvedimenti della quarantena isolano Orano dal resto del mondo, separano le mogli dai mariti, i figli dai genitori, suscitano desideri di evasione, preoccupazioni, tormenti. Avanza un’estate tragica, il caldo fa aumentare il tasso di mortalità, non c’è più spazio, nemmeno nelle fosse comuni, per dare sepoltura a chi non ha resistito al male, si moltiplicano furti ed atti vandalici…
La peste di Orano è metafora di ogni condizione umana prigioniera del destino: epidemie, guerre, dittature trasformano la storia e i singoli individui in sofferenza pura, cieca e disperata. Solo la solidarietà aiuta a resistere, suggerisce Camus attraverso il comportamento di Rieux, capace, di fronte a un male che appare invincibile, di organizzare azioni di solidarietà collettiva, di resistenza attiva, di profonda umanità. I critici hanno notato come il romanzo, terminato nel 1946 e pubblicato nel 1947, ma la cui composizione iniziò nel 1941 come testimoniano alcuni appunti di Camus, descriva per metafora gli orrori del regime hitleriano di Vichy che ha soggiogato la Francia. Lo scrittore nell’aprile del 1941 visse per qualche mese ad Orano e maturò in sé, insieme all’idea del libro, anche quella di aderire alla Resistenza (lo farà nel dicembre dello stesso anno). La “peste” di allora era dunque il nazismo, che opprimeva l’Europa, che la isolava dal resto del mondo, che seminava morte ed orrore. Ma, sia che la “peste” prenda la forma di malattia inesorabile, sia che assuma il volto del regime violento, quello che a Camus interessa soprattutto indagare è l’uomo quando, come singolo individuo o in gruppo, si ribella al male e quanto la sua, spesso eroica, rivolta possa apparire “assurda”. Perché “arriva sempre un momento nella storia in cui chi osa dire che due  più due fa quattro è punito con la morte”. Tuttavia è necessario dare “alla verità quello che le si deve, alla somma due più due il totale di quattro, e all’eroismo il posto secondario che dev’essere suo, subito dopo, e mai prima, la gloriosa esigenza della felicità”. Un romanzo da leggere, La peste. E anche da rileggere.

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