La peste scarlatta

La peste scarlatta

California, anno 2073. In quello che una volta era il terrapieno di una ferrovia, adesso si sviluppa un sentiero battuto dagli animali selvatici riparato dagli arbusti e dagli alberi che crescono rigogliosi, ricoprendo anche le ultime vestigia arrugginite delle rotaie e delle traversine in legno. Un vecchio ed un ragazzo avanzano lungo il tratturo; procedono lentamente perché la salute del vecchio rallenta ogni suo passo ed ogni suo movimento. Si ripara dal sole cocente con una pelle di capra dalla quale spuntano le braccia e le gambe magrissime, piene di escoriazioni e macchie, testimonianza di anni ed anni trascorsi al sole ed alle intemperie. Il ragazzo, invece, precede il vecchio con passo spavaldo e captando gli odori con le narici frementi e dilatate quasi fosse un animale selvatico, pronto a difendersi da qualsiasi pericolo gli si prospetti incoccando la freccia del suo rudimentale arco. Usciti dalla foresta sbucano su una distesa di dune che costeggia il mare e laggiù sul litorale scorgono un ragazzo che pascola qualche capra e un altro intento a sorvegliare un piccolo fuoco in compagnia di un branco di cani selvatici. “Cozze!” mormora estasiato il vecchio “Cozze! E quello cos’è, Hoo-Hoo? Non sarà mica un granchio?”...

Pubblicato nel 1912 e apparso originariamente sul “The London Magazine”, La peste scarlatta riprende il filone post-apocalittico già inaugurato un secolo prima da Mary Shelley, che con L’ultimo uomo nel 1826 immagina un’Inghilterra post catastrofe in cui i pochi sopravvissuti si ritrovano ad affrontare le condizioni di vita estreme di una Terra improvvisamente ritornata selvaggia ed inospitale. Jack London ‒ che circoscrive l’azione alla sua amata California ‒ appare più moderno ed incredibilmente profetico riguardo ad alcuni aspetti della società contemporanea. La peste, un morbo in grado di uccidere in poche ore, si diffonde a partire dal 2013 in un mondo dominato dal Consiglio dei Magnati dell’Industria che tanto assomiglia alla moderna società capitalistica ma che richiama alla mente anche quella degli Stati Uniti dei primi del Novecento: una società in cui la classe operaia è sfruttata nei mattatoi di Chicago (negli stessi anni, fra l’altro, ne scrive Upton Sinclair in La giungla) e i nativi americani sono costretti a vivere nelle riserve come fenomeni da baraccone. Nel racconto di London, in breve tempo gran parte degli esseri umani è annientata da questo morbo sconosciuto e per il quale non si trovano cure, e i sopravvissuti devono fare i conti non solo con una natura selvaggia ma anche con gli istinti primordiali di una umanità ormai alla deriva. Il vecchio – qui unico custode della memoria e della cultura, e distrutto dall’idea di essere l’ultimo uomo “che ha una lingua e non può usarla, un pensiero e non può ritagliarlo dal grande oceano del pensiero” che “non può neanche più opporlo a quello altrui. E che non ha un destino” ‒ racconta ai giovani nipoti (ai quali il linguaggio e le citazioni letterarie del nonno appaiono farneticanti e prolisse) di un mondo che pur civilizzato è stato in grado di sfruttare i più deboli; racconta del caos che dilagò col propagarsi dell’epidemia e della brutalità alla quale gli uomini diedero sfogo anziché aiutarsi reciprocamente. Ammonisce sui pericoli di non ricordare il passato perché, in un mondo in cui ogni espressione culturale è andata perduta e tutto è lasciato al racconto orale, il rischio di ripetere gli errori passati è grande: “[...] Niente potrà impedirlo...la stessa vecchia storia si ripeterà. L’uomo si moltiplicherà e gli uomini si combatteranno. La polvere da sparo permettarà agli uomini di uccidere milioni di uomini, e solo a questo prezzo, con il fuoco e con il sangue, si svilupperà, un giorno ancora lontanissimo, una nuova civiltà. E a che pro? Come la vecchia civiltà si è estinta, così si estinguerà la nuova”. Leggere questo splendido racconto dopo un secolo fa davvero venire i brividi, soprattutto perché ormai sappiamo che London aveva ragione: siamo destinati – smemorati e incuranti - a replicare gli errori del passato e, come conclude amaramente Ottavio Fatica nella postfazione, pronti a combattere la quarta guerra mondiale armati di selci e clave.



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