La pianista

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Erika Kohout ha circa quarant’anni e insegna Pianoforte al Conservatorio di Vienna. Poteva diventare una pianista di fama - la tecnica ce l’ha - ma da giovane un disastroso concerto le ha stroncato sul nascere la carriera, e così ha dovuto ripiegare sull’insegnamento. Vive da classica zitella (“Non si è ancora sposata, signorina Erika? Chiede la lattaia, e pure il macellaio”) in una nevrotica simbiosi con l’anziana madre, in un appartamento decrepito in affitto. Bella non è, e “se avesse cercato di diventarlo, la madre gliel’avrebbe presto impedito”. Veste sempre in modo anonimo, gonna e camicetta o camicetta giacca e pantalone, ma ogni tanto ha il vezzo di fare shopping di nascosto, acquistando vestiti alla moda che finiscono nascosti in un armadio suscitando la disperazione della madre, che non tollera questo spreco di denaro e la turpitudine morale sottesa a un vestito magari scollato o corto o di un colore acceso (così Erika “corre il rischio di invischiarsi in una relazione sentimentale”, per carità!). La rigida insegnante di pianoforte ha anche un altro segreto: saltuariamente si reca presso un peep-show in un quartiere malfamato e - incurante degli sguardi lubrichi degli immigrati turchi e di quelli perplessi del personale - passa qualche ora a guardare spogliarelli, annusare kleenex sporchi di sperma, fantasticare su tutti gli altri clienti che attorno a lei, nella solitudine dei loro box, si masturbano furiosamente. In questo, e in qualche altra fantasia inconfessabile, si esaurisce la vita sessuale e sentimentale della pianista. In realtà Erika si è accorta da un po’ che il suo allievo Walter Klemmer, giovane, biondo e carino, prova attrazione per lei e la ricopre di galanterie, ma continua a guardarlo dall’alto in basso e a trattarlo con freddezza. Non ha alcuna intenzione di concedersi al ragazzo, almeno apparentemente, ma lui insiste nel corteggiarla, anzi si fa sempre più pressante...

Raggelante, amaro, disturbante, violento e cupo eppure sinistramente sexy questo romanzo del 1983, che rivelò al mondo il talento labirintico di Elfriede Jelinek, Nobel per la Letteratura nel 2004. La scrittrice austriaca concede al lettore il privilegio di lanciare da una distanza di sicurezza uno sguardo all’abisso della nevrosi, della solitudine, della devianza (?) sessuale. Attraverso un plot minimale, ma innervato da continui flussi di coscienza e flashback e impreziosito da un linguaggio a tratti visionario ma sempre espressionista, La pianista descrive un rapporto madre-figlia spaventoso (in una mirabile, orribile sequenza persino incestuoso) che è il nero, putrido background di un personaggio letterario stupendo, una donna dentro la quale abitano gomito a gomito una insegnante severa e spietata e una schiava aspirante vittima (e vittima non è inteso in senso metaforico). Una donna candida e perversa al tempo stesso che desidera ossessivamente dominare il gioco dell’amore e mai accetterebbe di perderne il controllo, eppure brama percosse, umiliazioni e pratiche bondage estreme. Una zitella infelice che si innamora perdutamente di un bel giovanotto molto più giovane di lei ma non può non sfidarlo a un gioco pericoloso e crudele. Sullo sfondo, la società viennese, chiusa, tradizionalista e sessista, caratteristiche se possibile esacerbate dall’ambiente della musica classica con le sue regole ferree, la disciplina quasi sadica, il culto della tradizione. Un capolavoro maledetto apparentemente impossibile da portare sul palcoscenico teatrale o sul grande schermo, dal quale però sorprendentemente il regista Michael Haneke ha saputo trarre un film memorabile soprattutto per l’interpretazione della musa BDSM Isabelle Huppert, che si è aggiudicato il Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2001.



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