La pianista di Van Gogh

La pianista di Van Gogh
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Se ci fosse a Auvers-sur-Oise un periodo in cui, secondo l’opinione dei più ‒ dalla stessa camiciaia alla domestica di casa Gachet ‒ la cittadina può dirsi tutt’altro che monotona sarebbe da quando, dopo vari trascorsi, Vincent van Gogh vi è giunto da Parigi. È l’estate del 1890, il pittore è malato di nervi e il soggiorno nella locanda dei Ravoux pare destinato a far scalpore. Il dottor Gachet, che ne cura la “malinconia” e a casa sua in presenza dei figli Paul e Marguerite lo ospita, gli raccomanda di dipingere e dipingere: s’intende, tele “impersonali”, “riposate” e “decorative” “per trovare con facilita un compratore”. Ma il genio dispone altrimenti, il villaggio è ben incapace di sensibilità e la triste e solitaria condizione dell’artista olandese perdura. Chi, come Lucien, si ferma alla “superficie delle cose” vede nella sua pittura solo “deformanti stramberie” e obbliga proprio Marguerite, pianista, a udire brutalità. Lei però ribatte, apertamente riconosce il talento e ne conclude che quello di Van Gogh “consiste in fondo proprio in questo: che lui non guarda il mondo solo con gli occhi, ma ci scava dentro […] con tutto se stesso, seguendo i battiti del proprio cuore e la temperatura del proprio sangue”...

Ad Auvers-sur-Oise la signorina Gachet si fa confidente di se stessa; là, la calma e immensa osservazione di Marguerite è una scena musicale, un quadro di figure e colori, un presagio nel cuore; di più, nelle forme segrete e commosse di un diario, la storia della giovane è insieme “la storia di un personaggio molto... romanzesco come il signor Van Gogh”. Un osservatore commosso è anche Carlo Ferrucci. Con la pianista di Auvers, con i conflitti d’animo e le meditazioni delle sue pagine di diario, è impossibile non scorgere un’impenetrabile rocca di malinconia, ma con un fine richiamo alla sensibilità della pittura e della musica si percepisce altrettanto chiaramente la vita ovvero l’urgenza delle creazioni di Vincent van Gogh – “È questo [...] che significa, per me, dipingere, Margherita: trasformare quella terra morta in materia palpitante, viva, e quella notte senza fine, il suo insopportabile buio, in luce”. E quelle creazioni, così come le Consolations di Liszt, i Preludi di Chopin, gli Improvvisi di Schubert e la sensibilità musicale di Marguerite, così feconde e intense, si comprendono e qui si avvicinano. La sintesi mirabile è Marguerite Gachet al piano, uno dei dipinti a olio su tela di quell’estate del 1890, il quadro dell’artista olandese da cui ha origine lo spirito e l’intreccio della storia.



 

 

 

 
 
 
 

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