La piccola Chartreuse

La piccola Chartreuse
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Sono le cinque di un piovoso pomeriggio di novembre quando il libraio Etienne Vollard, a bordo del suo furgoncino verde, investe in pieno la piccola Èva. Roba di una frazione di secondo. Lei si butta in mezzo alla strada di corsa, sotto la pioggia, senza guardare, la frangia nera appiccicata alla fronte. Lui se la vede sbucare allʼimprovviso, da un colpo al freno e uno al volante come se li volesse staccare, ma niente. Una frazione di secondo prima dellʼimpatto gli occhi della piccola Èva – pieni di terrore – incontrano quelli del grande e grosso Vollard, pieni di terrore. Poi il furgone e il corpo diventano una cosa sola. Mentre la piccola Èva viene portata in ospedale, il grande e grosso Vollard va a urlare il suo dolore in montagna, Thérèse Blanchot – madre della bambina – si trova imbottigliata nel traffico. Per lʼennesima volta è in ritardo. Sua figlia sarà come sempre ad aspettarla davanti a scuola, sola e abbandonata a se stessa, sprofondata nel suo cappotto rosso e nella sua paura. Ogni giorno Thérèse prende la macchina e si allontana, vorrebbe scappare, ma alla fine torna sempre, anche se in ritardo, da quella bambina che si è trovata a partorire...

Un incontro di solitudini. Questo è La piccola Chartreuse. Sola è Èva nel suo cappotto rosso che aspetta la mamma davanti alla scuola, sotto la pioggia battente. Solo è il grande e grosso libraio Etienne Vollard, tanto nel suo furgone quanto nella sua vita. Sola è Thérèse Blanchot, giovane madre di una figlia senza padre, che vorrebbe scappare e non lo fa, o meglio: lo fa a piccole dosi. Solo è infine un quarto personaggio, lʼunico a narrare in prima persona e a rivelare qualcosa del doloroso passato di Vollard. Un incontro di solitudini attorno alle quali ruota un vortice impetuoso di grandi temi: infanzia, bullismo, emarginazione sociale, disagio psicologico... Pierre Péju scrive un romanzo intenso, pieno di dolore, qualche speranza e tante sofferenze individuali. La spiegazione del titolo – azzeccatissimo e ricco di poesia – arriva un bel pezzo avanti nella storia, e andrà a dare forma, se così si può dire, alla voce principale e più assordante della solitudine: il silenzio. Un silenzio che trova una forma perfetta allʼinterno delle pagine, nella scrittura educata ma forte di Péju: pochi dialoghi, pochi discorsi diretti, qualche declamazione.



 

 

 

 
 
 
 

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