La pietra lunare

La pietra lunare

Giovancarlo Scarabozzo è in visita da certi zii e cugine. Interno: tavola con i resti della cena, le sedie in disordine, i vizi e gli intercalari di una sera come le altre. Giovancarlo siede. Lo zio prova ad avviare qualche argomento, magari sugli interessi del giovane (per esempio la letteratura: “Leopardi, è buono? È buono?”). Le chiacchiere sulla fantesca di Giovancarlo eccitano la conversazione di tutti: la zia con la perenne aria di compassione, il cugino vestito con ricercatezza provinciale, la cugina con il lattante/urlante in braccio, il fratello della zia, apatico e barbugliante. Da questa altre chiacchiere, altri strali e corali accidenti distribuiti un po' in giro, il cugino che mette su un disco. E poi, d'improvviso, Giovancarlo si sente osservato. Una porta aperta sul giardino esterno, una massa scura di fogliame. “Dal folto dell'oscurità, resa più cupa da un taglio alto di luce lunare sul muro di cinta, due occhi neri, dilatati e selvaggi, lo guardavano fissamente”. Gurù, la nuova arrivata, si introduce nell'ambiente a lei familiare e lo zio e gli altri non mancano di accoglierla calorosamente. Gurù viene dalla montagna. Giovancarlo la osserva, dalla testa giù giù fino alla caviglia, fino a dove avrebbe dovuto comparire una sinuosa caviglia femminile, e invece ecco, con gelo, il giovane rendersi conto che al posto della pelle vi è pelo, pelo caprino: Gurù piedicapra. Orrore e disgusto, poi insinuante curiosità, e due domande insistenti da porre ai presenti: anche loro vedono? Anche loro si sono accorti della mostruosità lì sotto? Chi è questa Gurù?

Primo romanzo di Tommaso Landolfi: è il 1939 quando Vallecchi ne cura la pubblicazione (a seguito di una lettera precisa e perentoria dello stesso Landolfi, in cui l’autore quasi intimava che se l’intenzione era per la pubblicazione, essa dovesse avvenire senz’altro nell’anno in corso). Scene di vita provinciale sono controparte e proscenio dell’irrompere d’un abisso ferino, inebriante, di sconvolgente portata, lenta (eppure improvvisa come una tempesta) passeggiata nei meandri del regno lunare, riflessi siderei e apparizioni diafane. Dai palazzi antichi del paese di P. Giovancarlo, giovane abitatore solitario che da spiragli e finestrelle usa osservare non visto le vite nelle finestre degli altri, conosce e si perde con Gurù, anche lei solitaria abitatrice di un palazzo dal portone rincagnato e rabbioso, luogo dove ci si sente, macchiato in passato di ogni genere di nefandezze. Gurù è sarta e canta nenie strane, di un luogo “altro”, e così è tanto chiacchierata in paese. Ecco la passeggiata, due tre pagine d’un volare con lo sguardo dalle ultime luci del paese attraverso sentieri in salita, alture, rocce e boschi, erbe e pietra lunare, forre che inghiottono, gole e caverne, capanne di pastori in disuso, su, su, nel folto della notte dove comincia la vita lunare. E del notturno, in Landolfi, nelle parole che suona a ogni pagina (evidente concerto di movimenti che salgono scendono si appianano e esplodono ancora), vi è il confondere della foschia, il turbarsi e il tormentarsi, il sonno e il vigile risveglio, occhi profondamente aperti su ciò che appare, chiaro nell'oscurità ‒ e che coinvolge con forza e con trasporto – nelle ore nascoste ai più.



 

 

 
 
 
 

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