La polvere dell’infanzia

Polesine, alluvione del 1951: monsignor Scarpa sale sull’argine del Po per invocare la benedizione della Vergine santissima sulle teste dei bambini. Il piccolo F. P. ha nove mesi ed è sistemato dentro una cesta tra le capre e le galline di nonna Assunta, durante la benedizione. Due giorni di esposizione al freddo e alla nebbia (ché il Polesine è “inverni umidi e nebbiosi ed estati interminabili e roventi”) gli portano la broncopolmonite e la nefasta fama di “bambino dell’estrema unzione”. Intorno a lui volti e nomi di “poveracci e vagabondi che faticavano a combinare il pranzo con la cena”, vissuto contadino di metà novecento nella pianura veneta: i Ca’ labiani, da quella Ca’Labia che sorge parallela alla strada di Adria, a un chilometro dal paese di Cavarzere, paese di musicanti dalla nebbia del quale spuntano dagli epigoni americani immancabili (New Killers, Doro & Calamity Jane) al solista cavarzerano che arrivò alla RCA di Roma, Stino Pavanato. Musica che corre fin dentro l’osteria di paese, con la fisarmonica di Masaneta, “il filosofo della staffa” che appunto giungeva con le massime morali in prossimità del bicchiere finale. Cavarzere paese di adulteri e vendette, di personaggi famigerati, di rumori e solitudini, infine di vivi e morti (“lo sterminato mormorio dei morti”)…

Polvere che si alza al mattino e che ritorna alla sera, che si trasforma nella notte. Polvere che agita e si agita in quel mormorio: fantasticare sulle ombre del passato. Qui, in questo fantasticare si situa Permunian come in ascolto del vento preciso che lega la sua infanzia (Polesine) alla sua giovane vecchiaia (Lago di Garda) e sempre più l’autore avverte la necessità di indagare quelle ombre e ascoltare quelle voci, riportate in brevi frammenti di volti scavati, di fughe e ritorni, di topografie, delle lettere della Callas e della sua Sirmione, anche. Poi, in coda, nella seconda parte, la cronistoria ad altalena del passato-presente di Permunian si tramuta in poème en prose canto di luci nascoste nell’incipiente autunno. Racconto (di scrittura e di vivide fotografie di Duilio Avezzù) di una wasteland impressa in “unico sguardo” dedicato a tutti i lunatici del Polesine.



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER