La porta sul mare

La porta sul mare

Ndioba ha dodici anni e sta aiutando sua madre a preparare la pappa di miglio quando in fondo al villaggio si leva una colonna di fumo. Uomini con bastoni che sputano fuoco stanno incendiando le capanne. In breve giungono davanti alla loro capanna, le catturano, le legano insieme ad altri prigionieri. Dov’è suo padre? Ndioba lo chiama, spera che venga a salvarle, ma lui è lontano, a pesca col figlio maggiore e non può sentire. Alla lunga traversata a piedi seguirà quella più breve su una barca enorme, che porta i prigionieri sfiniti dalle privazioni e segnati dal nerbo che sferza la schiena dei più lenti fino all’isoletta di Gorée, stazione di smistamento e transito dei carichi di carne umana, di muscoli, braccia, schiene, pidocchi che arriveranno nelle Americhe per essere privati del proprio nome, e venduti a prezzi che dipendono da quanto i negrieri sono riusciti a nascondere sotto l’olio di palma i danni fatti da un viaggio svoltosi in condizioni disumane, senza cibo a sufficienza, con pochissima acqua, con corpi ammassati tra deiezioni e mondezza. L’isola di Gorée, poche miglia al largo della costa senegalese, che oggi è un paradiso turistico, spesso ha costituito il primo incontro con il mare per molti dei prigionieri senegalesi che vi approdavano in attesa di compiere un viaggio ben più lungo e terribile. La casa degli schiavi di Gorée era il luogo di passaggio dalla condizione umana a quella animale e questo rito era sancito dal fuoco del marchio a ferro rovente sulla pelle. Gli uomini venivano divisi dalle donne, i bambini e le bambine in età da lavoro venivano anch’essi reclusi in una sezione staccata della casa, in attesa di conoscere il proprio destino, ancora inconsapevoli di cosa la loro condizione avrebbe implicato, ma ridotti ad uno stato subumano dal preconcetto europeo che gli africani fossero per propria natura più vicini alla natura e alla condizione animale che a quella umana. Persino l’Illuminismo ed i suoi esponenti più in vista come Diderot e Voltaire non davano segno di scandalo nell’annotare la riduzione in schiavitù di quella che allora veniva definita una “razza”. Candido nelle sue peregrinazioni in Suriname incontra un nero mutilato di una mano e di una gamba dal padrone dello zuccherificio, il quale gli dice: ”Voi in Europa mangiate lo zucchero a questo prezzo”. Se è vero che la schiavitù è sempre esistita come simbolo della sconfitta militare o della privazione della libertà conseguente all’insolvenza, è altrettanto vero, però, che presso le popolazioni antiche ha raggiunto le vette di aberrazione che si sono toccate a partire dal XVII secolo, quando il commercio di esseri umani è assurto a una delle forme più proficue di scambio commerciale tra tre continenti. Milioni di esseri umani hanno compiuto il viaggio verso l’annientamento della propria condizione umana, su navi che hanno contribuito a costruire la potenza e la ricchezza di intere nazioni, compiendo triangolazioni che le facevano partire cariche di suppellettili e cianfrusaglie da scambiare con carne umana da vendere alle economie nascenti del colonialismo spinto, per poi tornare con carichi altrettanto preziosi di spezie e minerali. Joseph N’Diaye ricostruisce con estrema cura le condizioni storiche e gli eventi più eclatanti di tre secoli di traversate che hanno privato l’Africa di milioni di persone, lasciando in cambio poche casse di fucili, manciate di perline di vetro e poche vettovaglie…

La porta sul mare è, prima che un libro, un progetto grafico e un viaggio sensoriale che parte dalla copertina soft touch con l’angolo tagliato, uno “sfregio” che caratterizza tutti i libri di Marotta&Cafiero, continua all’interno con bellissime fotografie che occupano la terza e la quarta di copertina e con i link Spotify che in ciascun capitolo consentono di scaricare la colonna sonora che l’editore ha pensato per questo testo meraviglioso. Il libro alterna pagine nere stampate a caratteri bianchi nelle quali Joseph N’Diaye racconta la storia di Ndioba e della sua vita da schiava a pagine bianche nelle quali l’autore ricostruisce la storia della schiavitù a beneficio delle giovani generazioni di senegalesi ed africani in genere. N’Diaye ha dedicato buona parte della propria vita, fino alla morte avvenuta nel 2009, alla ristrutturazione e conservazione della Casa degli schiavi, che grazie a lui è divenuto un luogo nel quale i giovani studenti senegalesi hanno potuto riappropriarsi della propria storia. Non è difficile immaginare che la storia di Ndioba sia stata creata dall’autore per dare un volto alla disumanizzazione sistematicamente operata a danno dei deportati, per accompagnare le visite delle scolaresche alla Casa degli schiavi. Con uno stile asciutto e al contempo lirico, che nulla concede ai pietismi e alla facile commozione, l’autore ricostruisce documenti, cita le fonti, racconta i tentativi di ribellione e l’accanimento nel cercare di preservare le proprie radici da parte degli schiavi. È particolarmente commovente che alla bambina africana privata del proprio nome e divenuta Maria - che negli anni a malapena ricorderà di un tempo in cui si chiamava Ndioba - l’autore abbia affidato il compito di eternare la memoria delle sofferenze di un’umanità dilaniata, privata di tutto, che ha saputo conservare nell’esilio l’umanità, la cultura atavica e la dignità e la memoria delle proprie radici. La parabola della bambina che diventa adulta come oggetto, come proprietà alla quale non viene riconosciuta un’anima più che ai cavalli della fattoria è raccontata con nel fare dono a Ndioba di una storia, rende lo stesso servigio ai milioni di persone disumanizzate da tre secoli di tratta.



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