La prigioniera del silenzio

La creatura che porta in grembo non ha colpa, non ha chiesto di nascere e soprattutto non ha chiesto di venire al mondo in quel modo. Quando Grisello l'aveva presa, legata e costretta a subire i suoi amplessi per tutta la notte, Nicoleta aveva sperato solo che finisse presto. Aveva sperato che quella terribile notte si sarebbe poi dissolta nelle nebbie del tempo lasciandole solo un ricordo sfocato. Ma un figlio non è qualcosa di cui si possa negare l'esistenza e se lo raccontasse nessuno sarebbe disposto a credere alla sua versione. Una donna “se la va sempre a cercare”, non è mai del tutto una vittima inconsapevole. Conosce la mentalità della sua epoca e non vuole aggravare la sua situazione. Presto tutti sapranno, vedranno e per lei e quella povera giovane vita non ci sarà più tregua. Nessuna donna è preparata ad abbandonare suo figlio me se questo vuol dire assicurargli un futuro migliore, il dolore è un prezzo equo. E Nicoleta decide che vale la pena pagarlo. I Bondimier avevano condiviso con il padre di Samuel gran parte dei loro affari. Le capacità mercantili di Moshe Macalia avevano non poco contribuito ad aumentare la ricchezza della famiglia e sebbene malvolentieri - dal momento che erano pur sempre degli ebrei - la zia Agnese non poteva rifiutarsi di riceverli. All'inizio Giulia non fece caso al giovane Samuel ma poi la sua aria spavalda ed i continui sorrisi sotto quella sua barba ben curata lo hanno reso fin troppo attraente. I suoi discorsi audaci la conquistano con facilità creando fra loro un'inaspettata intimità. Quando, complice la confusione della fiera della Sensa, Samuel decide di manifestarle atteggiamenti più diretti, Giulia non solo non li respinge ma decide che per lui vale la pena di concedersi. Nelle sue braccia sente di aver trovato il suo posto nel mondo, finalmente padrona della propria vita. In fondo sta soltanto vivendo appieno il suo amore, perché dovrebbe vergognarsene? Lo sposerà e con lui lascerà i putridi canali di Venezia, libera di amare e quanto più lontana possibile dalle estenuanti convenzioni sociali a cui la sua condizione di ricca gentile la costringe ormai dalla nascita. La sua fanciullesca ingenuità non le permette di vedere le implicazioni di una relazione come quella. Lei una gentile, lui un ebreo nella Venezia del 1327. Tanto più che per Samuel, Giulia è soltanto una distrazione, un piacevole sollazzo prima di ripartire. Rimasta sola e con la consapevolezza di essere incinta, Giulia si ritrova d'improvviso consapevole che quel sogno non è reale e che la sua vita potrà soltanto cambiare in peggio…
È difficile per una donna contemporanea confrontarsi con la realtà della condizione femminile di secoli fa, capire appieno l'insieme dei vincoli e delle convenzioni sociali che determinavano la vita delle donne fin dai loro primi passi. Cresciute nella piena consapevolezza delle proprie scelte, autonome e libere di seguire il proprio percorso, può sembrarci che questa condizione di autonomia sia sempre esistita. Che non ci sia mai stato un tempo in cui, invece, regole di condotta e di morale diventavano più forti di qualsiasi decisione, più forti di qualsiasi volontà, più forti dell'amore e della felicità. Nel mondo medievale la donna era da considerarsi un essere inferiore, votata alle cure casalinghe ed alla procreazione. Le regole di condotta morale, confermate ed alimentate dalla Chiesa, prevedevano che giungesse vergine al matrimonio, data in sposa ad un uomo spesso scelto dai propri genitori, passando cosi dalla sudditanza del padre a quella del marito. Principio fondamentale valido trasversalmente per tutti i ceti era che la ragazza rimanesse illibata. Se veniva riscontrato il sospetto che questa avesse avuto rapporti prematrimoniali la condanna sociale poteva essere molto aspra, andando dal ripudio da parte della famiglia alla costrizione alla vita monacale o peggio, nei casi più estremi, alla morte per fuoco. Non faceva eccezione nemmeno la violenza carnale, poiché i principi ecclesiastici configuravano la donna come “la porta dell'inferno” e di ogni dannazione, per suo stesso esistere responsabile di ogni azione negativa commessa dall'uomo nei suoi confronti. Si comprende bene, allora, come in una società caratterizzata da questi rigidi e comunemente accettati principi, non ci fosse spazio per il perdono ed in caso di gravidanze indesiderate poche fossero le alternative a disposizione delle malcapitate. Nicoleta e Giulia emergono in tutta la loro forza, entrambe costrette ad una scelta che nessuna madre vorrebbe fare. Entrambe costrette a ripensare alla propria vita ed a lottare per cancellare un onta che hanno subito e per la quale sono invece ritenute le sole responsabili. Valeria Montaldi ha l'indubbio pregio di coniugare i sentimenti con un abile ricostruzione storica che non lascia nulla all'improvvisazione e che invece regala uno spaccato efficace della vita medievale veneziana alle soglie della più grande epidemia di peste nella storia dell'umanità. Un’epidemia che fra il 1347 ed il 1353 uccise almeno un terzo della popolazione del continente e che risultò terreno fecondo per l'accrescersi di superstizioni e persecuzioni nella disperata ricerca di un responsabile fisico o metafisico ad una tale calamità. Quando, infatti, la responsabilità non veniva ravvisata nelle colpe degli uomini e quindi nel meritato castigo divino, sovente si ricercò un colpevole nella comunità di ebrei rei di aver crocifisso il figlio di Dio e dunque meritevoli di averne scatenato l'ira. E sebbene la situazione degli ebrei nella Venezia quegli anni sia solo tratteggiata attraverso la storia di Samuel e Giulia, cionondimeno la descrizione è di una tale vivida chiarezza che non si può fare a meno di apprezzarla. Un romanzo, dunque, forte e romantico - ma che non rinuncia alla profondità della ricostruzione storica.

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