La prima cosa che guardo

La prima cosa che guardo
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L’ossessione di Arthur Dreyfuss sono le tette, ma non quelle perfette, per intenderci quelle che come recita la regola fondamentale “stanno in una coppa da champagne”, ma quelle grosse, voluminose, à la Ava Gardner ne La contessa scalza o à la Jessica Rabbit in Chi ha incastrato Roger Rabbit?. Fanno così parte dei suoi pensieri che si domanda spesso: “Se fossi nato donna, le avrei avute grosse o piccole?”. Sono la sua mania, lo lasciano senza fiato e ricorda ogni singolo particolare di quando ne ammira un paio, sin da quando, a scuola, rinuncia a una ragazza graziosa, solo perché piatta come una tavola (poi scoprirà che era una fanciulla che si concedeva, a differenza della tettona che aveva scelto). Tutte le donne sono per lui un incanto, ma certo quelle ben dotate di tette gli tolgono il senno e il sonno, chiunque esse siano, compresa la cameriera Eloise del Dédé la Frite, negozio che in paese funge da bar, tabacchi, articoli da pesca, lotto, giornali, insomma un emporio ben fornito di tutto. Ma no, non è il caso di fare le avance a Eloise, perché lei ha un fidanzato camionista, ben piantato e con mani da strangolatore, geloso e possessivo, al punto da essersi tatuato il nome della sua donna sul bicipite. Meglio non rischiare! Eppure Eloise, nonostante le dita nere per il grasso di Arthur, di professione meccanico, l’ha definito un bel ragazzo, un “Ryan Gosling in meglio”, con tutto il rispetto per l’attore canadese! Una sera di relax davanti alla tv, nella sua casa ai margini del paese, Arthur sente bussare per ben due volte alla sua porta. Apre e... si trova davanti Scarlett Johansson!

Se la prima cosa che guarda sono le tette, di certo però Arthur Dreyfuss è un uomo meraviglioso, capace di grandi slanci, di grande tenerezza, di pensieri romantici: in pratica l’uomo che tutte vorrebbero, anche se compie un’ultima sciocchezza che gli costa la felicità! E se la storia non è propriamente da strapparsi i capelli, sicuramente le occasioni per riflettere non mancano. “Non è tutt’oro ciò che luccica”: può sembrare banale, ma non sentirsi bene nei propri panni è terribile, vivendo una vita che costantemente non è la tua, perché ognuno prova a tirarti dentro una “favola” dai contorni sempre un po’ troppo osé. E qualcuno può criticarlo come un non accontentarsi o essere schizzinosi, o provare ad attirare la compassione e la comprensione degli altri che magari combattono da sempre con difetti fisici che li portano ad essere derisi, anche dal proprio sé, nel senso che i difetti possono diventare anche motivo di conflitto con lo specchio. Di contro però, si può fare lo sforzo di capire che spesso essere costretti a vivere una vita che non è la propria, essere costretti a mettere se stessi in secondo piano, “schiavi” di forme eccessivamente perfette, dover mentire o assecondare le menzogne di qualcuno, non è proprio il massimo e può generare crisi profonde in cui anche solo una passeggiata all’interno di un bosco, può far sembrare una giornata come la più bella della tua vita, perché proprio in mezzo a quegli alberi sei riuscita a non dover mentire, a non sentirti chiamare in altro modo che con il tuo nome, a rendere il tuo corpo un regalo per chi ami. Al tempo stesso, una frase importante, ma in qualche modo sbagliata, può distruggerti la vita! Tenero, romantico, dolcissimo, disperato.



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