La prima guerra mondiale 1915-1918

Nella notte tra il 23 e il 24 maggio 1915 le truppe italiane varcano il confine con l’Austria-Ungheria disegnato nel 1866. Avanzano con troppa prudenza, per colpa di errate informazioni sulla reale consistenza delle forze avversarie diffuse dal controspionaggio austriaco, così quando finalmente si riesce a prendere contatto con le posizioni nemiche oltre l’Isonzo, queste sono state rinforzate da truppe fatte arrivare a marce forzate dal fronte orientale. È da subito una guerra di posizione: i reiterati, scriteriati assalti della fanteria regia si infrangono su una barriera di ferro e di fuoco e la trincea austriaca diventa un incubo per milioni di soldati italiani. Sul Carso e sull’Isonzo è uno stillicidio di sangue e di vite, “un metodico massacro tecnologico e industriale non privo di regole e strategie, riassunto, così come vuole la liturgia militare del conflitto, nelle cosiddette undici offensive italiane dell’Isonzo, dal giugno del 1915 alla tarda estate del 1917”. Tra le tante novità (a volte sinistre) portate dalla Prima Guerra mondiale c’è l’enorme diffusione della fotografia. Fotografia di regime, veicolata mediante giornali, riviste e cartoline per una capillare opera di propaganda e di “narrazione della guerra”. Ma anche fotografia privata: “grazie alla diffusione delle fotocamere portatili a relativamente poco prezzo e all’attività dei fotografi ambulanti e di studio, i soldati e le loro famiglie iniziarono un più intimo e individuale dialogo con l’immagine fotografica, che divenne un essenziale elemento di comunicazione tra fronte e Paese. (…) Le raccolte private della Prima Guerra mondiale superano di gran lunga quelle ufficiali per quantità e potenzialità interpretative”. Fanti in marcia, che sorridono all’obiettivo, che scherzano in trincea. Ma anche feriti negli ospedali da campo, morti sul terreno, sguardi spauriti e occhi sbarrati, città in rovina, montagne, minacciosi pezzi d’artiglieria…

La Storia fotografica della società italiana, collana diretta da Giovanni De Luna e Diego Mormorio che sul finire degli anni Novanta ha rappresentato una delle ultime eccellenze del percorso editoriale di Editori Riuniti, ha dedicato uno dei suoi volumi più suggestivi e riusciti alla Grande Guerra. A curarlo (con il contributo economico di Banca di Roma) è stato chiamato Lucio Fabi, storico che su questo tema ha pubblicato numerosi e apprezzati saggi, condotto gruppi di ricerca, curato l’allestimento di mostre. Attraverso centinaia di foto in bianco e nero – privilegiando comunque quelle inedite o comunque poco conosciute – ottenute grazie alla collaborazione del Kriegsarchiv di Vienna, del Goriski Muzej di Nova Gorica, del Museo Provinciale di Gorizia, del Museo storico italiano della guerra di Rovereto, del Museo storico militare di Redipuglia, del Consorzio culturale del Monfalconese, del Museo del Risorgimento di Bologna, dei comuni di Ferrara e di Romans d’Isonzo, delle collezioni private (oltre che dell’autore) di Andrea Spanghero, Laura Nicoloso, Mario Del Torre, Piero Bottega (per le foto del tenente medico Floriano Ferrazzi) e della Famiglia Filippi, Fabi racconta la morte e la vita, la paura e il sollievo, la sofferenza e l’allegria. Le 190 pagine del volume, di medio formato e in carta patinata, sono occupate al 90% da immagini con brevissime didascalie, ma nel restante 10% brevi testi e cronologie aiutano il lettore a contestualizzare le foto, rendendole ancora più efficaci nel toccare le corde più profonde della nostra memoria storica e della nostra umanità.



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