La prima verità

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Isola di Leros, 1992. Angela Donati è una studentessa di Giurisprudenza, che assieme a un gruppo di altri giovani volontari italiani, greci e olandesi – sei donne e quindici uomini – coordinato da un professore universitario di Atene “molto serio e molto magro”, il dottor Gregorios Kourdakis, ha preso servizio presso l’Istituto psichiatrico di Leros per gestire il processo di “deistituzionalizzazione” dell’ospedale che è stato avviato dal governo ellenico su pressione delle autorità internazionali in seguito a uno sconvolgente reportage giornalistico. Il manicomio di Leros è diretto da Joanna Dellis, una psichiatra di circa cinquant’anni dai modi bruschi che ama sfoggiare un cinismo spiazzante (“Prima o poi il problema Leros si risolverà per via biologica”, ama ripetere, alludendo al fatto che tutti i pazienti moriranno e la struttura chiuderà). Ci sono in servizio un altro psichiatra, Georghi Moras, solo due veri infermieri e un gruppo di isolani assunti dall’Istituto “per dare una mano”. Devono gestire e curare 1153 persone “su un’isola lontana da tutto, arretrata, riarsa dal sole e battuta dal meltemi”. Esseri umani che vivono allo stato ferino, trattati brutalmente o lasciati al loro destino, senza “niente di niente, neanche un nome”, senza possedere nulla, neanche l’aria che respirano. “Qui, se sei una donna e hai le mestruazioni, il sangue ti cola lungo le cosce e tutti lo vedono e ne sentono l’odore, non ci sono assorbenti e non puoi lavarti; se ti siedi da qualche parte, lasci le tracce come una cagna. Se sei un uomo e hai un’erezione non c’è bisogno di nascondersi, perché tutti si masturbano davanti agli altri senza vergogna”. I volontari iniziano a pulire il manicomio da cima a fondo, a lavare i pazienti, ad accudirli con una dolcezza che “i matti” non hanno mai provato. Molti di loro vengono anche portati fuori dall’ospedale per un caffè al bar, una passeggiata. Alcuni dei guardiani vengono allontanati, vengono assunte infermiere diplomate, per forza di cose provenienti dal continente: questo crea profondi malumori nella comunità locale, che inizia a guardare con sospetto – se non con aperto disprezzo – ai giovani volontari venuti da lontano…

Premio Campiello 2016 per questo complesso ed emozionante libro di Simona Vinci sospeso tra fiction e realtà. La piccola e sgraziata isola greca di Leros – che negli ultimi anni è tornata in prima pagina perché punto di attracco di barconi stracolmi di migranti disperati, un po’ come la nostra Lampedusa – nel settembre 1989 divenne tristemente famosa in tutto il mondo dopo un articolo pubblicato sul periodico inglese “The Observer” a firma del giovane reporter investigativo John Merritt, che svelava al mondo le atrocità di un istituto psichiatrico gestito come un lager in cui i pazienti erano abbandonati da Dio e dagli uomini. Ci fu uno scandalo, ma era basato sul “sentito dire” perché l’ospedale era off limits per i giornalisti e le organizzazioni indipendenti. La vera bomba furono le foto dell’italiana Antonella Pizzamiglio, che si introdusse pochi giorni dopo nel manicomio di Leros grazie alla complicità dello psichiatra Yannis Lukas e – prima di venir scoperta e costretta a fuggire dall’isola – documentò l’orrore delle condizioni di vita dei ricoverati. Le sue foto vennero mostrate al congresso mondiale di Psichiatria suscitando uno scandalo colossale che spinse la Comunità Europea nel 1990 ad avviare il radicale intervento di riforma raccontato nel romanzo della Vinci. Nell’ospedale di Leros, inaugurato alla fine degli anni Cinquanta in una struttura risalente all’occupazione italiana della Grecia, durante la dittatura dei Colonnelli sono stati segregati anche dissidenti e prigionieri politici, tra i quali anche il poeta Ghiannis Ritsos, ai cui versi è ispirato il titolo del libro e alla cui figura è ispirato il personaggio di Stefanos Tavlaridis. La Vinci racconta tutto questo e molto altro. Amore, memoria, ideali, solitudine: fa irruzione nella storia persino lei con il suo vissuto, racconta della sua esperienza in Sierra Leone, di bambini, di anoressia. Realtà e finzione si intrecciano profondamente e non si distinguono più, e del resto che importanza ha? Quello che importa è la capacità (vien da dire la magia) di travolgere il lettore con emozioni, storie, parole. E di quella ce n’è a dire basta.



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