La profezia dei Romanov

La profezia dei Romanov
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Il popolo russo ha deciso tramite referendum il ritorno dello zarismo. Ma a chi affidare il trono? Chi ha il diritto di rivendicare l’eredità della dinastia Romanov? Chi è più adatto a ricevere nelle mani un così enorme potere senza turbare l’equilibrio internazionale e gli interessi delle multinazionali? Viene istituita una Commissione di saggi che ha il compito di dirimere questi angosciosi dubbi e scegliere il nuovo zar. Facile immaginare a quali e quante pressioni vengano sottoposti i mebri della Commissione: alcune lobby economiche statunitensi inviano un loro uomo, l’avvocato nero di Atlanta Miles Lord, profondo conoscitore della cultura e della lingua russa, proprio per perorare la causa di Stefan Baklanov, un nobile russo tra i favoriti all’elezione. Ma Lord viene da subito fatto oggetto di un grave attentato dal quale si salva per miracolo: tra doppiogiochisti, mafiosi, membri di strane sette nostalgiche e antiche profezie del monaco nero Rasputin, come può cavarsela un americano a Mosca?
Sulla tragica fine di Nicola II, ultimo zar di Russia - al secolo Nikolaj Aleksandrovi? Romanov - aleggia da sempre un fitto mistero. Dopo la Rivoluzione di Febbraio, nel marzo 1917 lo zar firma l’abdicazione e viene condotto agli arresti nella località di Carskoe Selo, ma ben presto si decide di trasferirlo con la famiglia a Tobol’sk, in Siberia. I Romanov rimangono là anche dopo la Rivoluzione d’Ottobre, ma la salita al potere di Lenin e dei bolscevichi – fautori di un cambiamento politico ben più radicale dei loro predecessori menscevichi - peggiora drasticamente la loro situazione. Nel 1918 peraltro la dirigenza bolscevica si spacca sul destino dello zar e della sua famiglia: con un putsch il Soviet di Ekaterinburg prende in consegna i prigionieri e dopo una breve prigionia nel corso della quale non mancano le angherie e le violenze, li passa per le armi nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918, temendo che l’Armata Bianca potesse organizzare un blitz per liberarli. Sotto le raffiche di fucile muoiono Nicola II, la moglie Aleksandra Fëdorovna, i cinque figli Ol'ga, Tat'jana, Marjia, Anastasia e Aleksej, il medico al seguito dott. Botkin, l'inserviente Trupp, il cuoco Charitonov, la dama di compagnia Anna Demidova, e persino i cani Jimmy e Ortino. Qui però inizia l’enigma: i corpi delle vittime (chi dice per evitare il culto delle spoglie, chi dice per non lasciare indizi e negare il fatto) vengono fatti a pezzi e sciolti parzialmente nell’acido o bruciati. Il fatto che i cadaveri non fossero materialmente disponibili (e il comprensibile riserbo delle autorità sovietiche sull’esecrabile massacro) ha contribuito al formarsi di leggende, dicerie, ipotesi più o meno fantasiose sul destino dei Romanov: soprattutto su un’eventuale sopravvivenza della giovane Anastasia si è molto ricamato (anche in numerose pellicole cinematografiche - delle quali peraltro alcune di discreta fattura – e in una canzone di Tori Amos), e non sono mancate donne che hanno reclamato il trono sostenendo di essere la zarina rediviva. Tutto spazzato via dal ritrovamento dei resti nel 1990 e dalla loro identificazione con l'esame del DNA, seguita dalla solenne inumazione del 1998 nella Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a San Pietroburgo fortemente voluta dall’allora presidente russo Boris Elstin. Una storia piena di fascino, che se inserita in una situazione come quella della Russia di oggi, tra Mafia e burocrati nostalgici, servizi segreti deviati e oligarchi come accade ne La profezia dei Romanov, può davvero diventare dinamite. Steve Berry, maestro (forse misconosciuto) della narrativa d’avventura e storica si concede una vacanza dal suo applaudito ciclo di Cotton Malone e ci catapulta in un thriller fantapolitico non privo di venature esoteriche (si sa, dove c’è Rasputin non può succedere altrimenti) che - malgrado qualche forzatura nell’ambientazione che pare evidente a un italiano, figuriamoci che effetto deve fare su un lettore russo – inchioda dalla prima all’ultima pagina. È più che abbastanza, per quanto mi riguarda.

Leggi l'intervista a Steve Berry

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