La rabbia dei vinti

La rabbia dei vinti
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Il 16 aprile 1917, grazie alla copertura delle autorità tedesche, Lenin arriva nella stazione Finlandia di Pietrogrado e la storia muta il suo corso. La Rivoluzione d’ottobre e la fine della guerra sanciscono una stringente cesura tra passato e presente. Questo non significa né la tanto agognata pace né una democratizzazione delle strutture politiche. Anzi, l’Europa, specie nelle regioni orientali e centrali, è in fiamme. Irredentismi, nazionalismi, rivolte bolsceviche, reazioni controrivoluzionarie l’attraversano dilaniandola. Se la guerra civile russa tra “rossi” e “bianchi” lascia sul terreno un numeroso strascico di morti, anche l’implosione degli imperi germanico e austro-ungarico non avviene senza traumi ed efferatezze tra socialisti e formazioni paramilitari di destra. Il grande equivoco sta nell’incapacità di ricomporre e superare i contrasti tra moderati e forze estremiste rivoluzionarie. A far paura è soprattutto l’incubo del bolscevismo che si aggira per tutto il continente, per frenarlo e batterlo c’è bisogno di una politica più aggressiva come sembra indicare la presa del potere in Italia di Mussolini. I giorni della democrazia sembrano ormai contati…

Un rappresentante dei Freikorps nelle sue memorie scrive: “quando ci dissero che la guerra era finita ci mettemmo a ridere, perché noi eravamo la guerra”. La guerra di fatto non termina nel novembre 1918 ma prosegue in buona parte dell’Europa in modalità diverse. È una trasformazione nella continuità. Non si combatte più nelle trincee ma nelle piazze e per le vie cittadine, non si affrontano più eserciti regolari ma civili contro paramilitari. Cambia la cartina geografica del vecchio continente con la creazione di Stati nazionali al posto degli imperi travolti dal conflitto, però dietro a tale deflagrazione rimangono in piedi altri imperi – francese, britannico, statunitense ‒ mentre all’orizzonte se ne profilano di nuovi, da quello italiano a quello russo-sovietico. Gli anni che vengono presi in considerazione da Robert Gerwarth sono pochi, dal 1917 al 1923, ma cruciali nel determinare il passaggio da un mondo, legato ancora a logiche ottocentesche, a un altro nuovo e violento. La rabbia dei vinti, oltre a essere un’affascinante e capillare ricostruzione storica di un periodo incerto e caotico, è un saggio più che mai attuale in un’epoca come la nostra attraversata da populismi e nazionalismi.



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