La radicalità dell’amore

La radicalità dell’amore

“Ogni tentativo di parlare o scrivere d’amore è inevitabilmente legato a una grande difficoltà, a una specie d'inquietudine”. Inquietudine di un movimento che si fa ostinato, estremo, solitario e teso, insito in dinamismo spesso inafferrabile. Assente, questo inquieto movimento, nell’universo ipersessualizzato dell’Occidente: fugge via dalle pericolose concrezioni delle grandi rivolte del Novecento e oltre, dalla Rivoluzione d’Ottobre alla Primavera araba. Fuori dalle definizioni e volgari materializzazioni, dalle perversioni e conseguenti mercificazioni, l’amore in movimento inquieto “va reinventato” per Arthur Rimbaud, per non assopirsi e abituarsi ai continui colpi di cannone, che “sentirai ma non intenderai, perché l’abitudine avrà sopraffatto il tuo udito” (Kierkegaard). In un contesto di ricerca di una risposta radicale all’oppressione istituzionale, al controllo del potere, dove e come può essere scovata la traccia della radicalità dell’amore? Vi è un nesso, e quale – e come può essere coltivato – tra rivoluzione e amore? Il pericolo dell’abitudine, l’ostacolo della perversione del desiderio, allontanano dalla forma di “eterno dinamismo” di cui l’amore tratta: dialettica tra dinamismo (continua re-invenzione) e fedeltà (a quella fatale e inattesa rottura del mondo). Ecco il momento “autenticamente rivoluzionario”: rottura del mondo, re-invenzione, segno d’amore

Srécko Horvat, filosofo e attivista di origine croata, analizza e critica segni e significati della Rivoluzione nelle sue recenti declinazioni, per problematizzare la dialettica tra rivoluzione e amore, rivoluzione e desiderio. Ogni capitolo è il quadro di una rivolta, di una tensione al cambiamento che si fa problema, si contraddice, si cristallizza e si perde in complicate strutture che danno inevitabilmente vita a ulteriore oppressione, controllo, potere, negazione del desiderio, traumatici conflitti tra esterno e interno. L’Iran di Khomeini al tempo della Rivoluzione contro lo Scià è l’immagine imperante del leader dappertutto sulle strade, la proibizione del canto, del ballo, della moda e di tutte le distrazioni potenziali nemiche dell’ordine costituito: la rivoluzione si fa controrivoluzione. Lenin è colto nell’atto di ascoltare e amare in segreto l’Appassionata di Beethoven, e abbandonarla in quanto emozione che non può essere coltivata nel lavorio quotidiano permeante della rivoluzione: Lenin “geometrico”, Lenin rivoluzionario come repressione di Lenin “non geometrico”, segno del fecondo scontro tra desiderio e dovere, tra amore, anche qui, e rivoluzione. Scontro/incontro di opposti che si fa ancora più problematico e foriero di importanti riflessioni nel cammino di Ernesto Che Guevara, rivoluzionario combattente e nascosto padre di famiglia. Amore, dunque, o rivoluzione? Possibile, allora, mutare il segno o in e/o? Accompagnare la rivoluzione all’amore? Scovare il radicale segno d’amore nella rivoluzione come re-invenzione, movimento di mondo?



 

 

 

 
 
 
 

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