La ragazza che sorrideva perline

La ragazza che sorrideva perline

Ruanda, 1994. Clemantine, 6 anni, vive nella capitale con i genitori, il fratello e le sorelle. Conduce una vita agiata, è una bambina sveglia e curiosa (quando viene invitata a casa dei suoi vicini zairesi si diverte a girare per le stanze), si perde nelle storie della tata Mukamana, che le lascia sempre immaginare il finale; le piace sapere di quella magica bambina con un sorriso così splendente da creare una cascata di perline. Poi però Mukamana non si fa più vedere, arriva un’altra tata e la madre le spiega che è per il conflitto, una parola che per Clemantine “non aveva alcun significato, non si portava dietro nessuna storia”. All’improvviso cambiano le abitudini: non si deve salire sull’albero di mango, non si può giocare con quell’amica, le tende della casa adesso sono sempre chiuse, ci si chiude in casa zitti e tranquilli, iniziano i furti nelle case e scoppiano le granate. La bambina capta brandelli di conversazioni dove si parla di “quelli che stavano arrivando. Quelli, sempre quelli… Gli ospiti erano sempre stati importanti. Gli ospiti erano speciali… Quelli non erano ospiti”. Un giorno la madre dice a Clemantine e alla sorella maggiore Claire che andranno a trovare la nonna, che vive in una fattoria lontana dalla città. Ma non è una scampagnata. Quando, un giorno, sentono bussare alla porta, la nonna gli intima di correre verso il campo di girasoli. Inizia così il loro peregrinare da un campo profughi ad un altro, da un paese ad un altro. Tra pidocchi, perdita di dignità, sole, senza genitori, Clemantine inizia a ripetere il suo nome a voce alta, a scriverlo nella polvere, perché “devi sforzarti di restare aggrappata al tuo nome… Devi sforzarti di restare una persona, di non diventare invisibile”…

Cento giorni, dal 6 aprile 1994. In cento giorni, la popolazione di etnia Hutu massacra ferocemente circa un milione di Tutsi. Mentre l’Occidente resta immobile, mentre alla televisione passano le immagini del fiume Akanyaru pieno di cadaveri orrendamente mutilati più che di acqua, Claire e Clemantine Wamariya, l’autrice di questo memoir, vivono la loro tragedia personale. Sono pagine dure quelle che si leggono, pagine piene di disperazione, la disperazione non solo di un popolo ma di tutto un continente che ha sofferto la decolonizzazione, mai indolore e mai, quasi mai, senza sangue. Dai sei ai dodici anni Clemantine vive un inferno di cui porterà sempre il ricordo, vive l’indifferenza, vive l’arroganza di un’organizzazione, preposta a portare aiuto ai rifugiati, che però li lascia senza carta igienica e che offre mezza compressa di vitamine e un biscotto al mese (“Nessuno al campo aveva la carta igienica. A quanto pare, l’UNHCR, aveva deciso che la dignità umana era sacrificabile. Eravamo troppi per provarci”… ”Ci davano metà di una vitamina rossa… ogni mese ogni bambino riceveva un biscotto… Una terribile beffa”). Quando arriva negli Stati Uniti, l’ottavo e definitivo paese del suo girovagare, è una pre-adolescente diffidente, che vive tutto ciò che le succede a livello superficiale. Mostra gentilezza e riconoscenza alla famiglia che l’ha accolta, si dimostra educata ma senza profondità. Un po’ stordita dall’ american way of life, a diciotto anni partecipa ad un concorso di scrittura voluto da Oprah Winfrey, risultando tra i cinquanta vincitori. Durante la registrazione del programma, dove Oprah intervista Eli Wiesel e mostra la loro visita ad Auschwitz, la celebre anchor-woman le fa una sorpresa: i suoi genitori, che lei non vedeva da sei anni, fatti arrivare, spesati, vestiti e mangiati, appositamente dal Ruanda! Tutto quanto fa spettacolo e cosa meglio di una reunion famigliare davanti a milioni di telespettatori, di una povera profuga salvata dalla grande America? Nel 2017, partecipando ad uno degli eventi del TED, l’oggi trentaduenne Clemantine lo ha raccontato con una sagace e pungente ironia. Oggi Clemantine ha una laurea in Letterature Comparate (a Yale) ed è un’attivista per i diritti umani. Alla stesura di questo imperdibile memoir ha contribuito la giornalista Elizabeth Weil. Perché imperdibile? Perché racconta uno dei tanti genocidi dimenticati, perché è vita vissuta, semplicemente perché è scritto bene, ha un tono incalzante che si prende i giusti tempi, mai calante. Perché ci lascia in eredità una memoria. Perché ci ricorda che ne abbiamo una ed è giusto approfittarne. Non c’ero, non ho visto, non ricordo, ah davvero non sono più una giustificazione.



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