La ragazza con le pistole

La ragazza con le pistole
1794. Siamo in Inghilterra, dove l’eco della Rivoluzione francese si è diffuso molto rapidamente. A Compton vive Sovay Middleton, figlia diciassettenne del giudice John, uomo colto, mite e convinto assertore dei diritti di uguaglianza e libertà. Cresciuta seguendo gli insegnamenti del padre, Sovay è una ragazza dalla bellezza acerba e dall’animo ribelle. Un pomeriggio di maggio scopre di essere stata tradita dal suo fidanzato James. Profondamente adirata, decide di vendicarsi umiliandolo: si veste da uomo, raccoglie i suoi lunghi capelli, si copre il volto e, imbracciate due pistole, assalta la diligenza di cui James è passeggero. Derubatolo di tutti gli averi e costrettolo a implorare pietà, si allontana dal luogo del reato. Il giorno successivo, spavalda e intrepida come non mai, Sovay canzona James per la sua codardia e gli spiattella la verità sull’assalto alla diligenza: è lei il bandito cha ha agito. James, arso dall’ira, gli rivela che la loro unione è stata una farsa e che l’ha corteggiata al solo scopo di avvicinare suo padre. Avrebbe dovuto accattivarsi la fiducia di quest’ultimo e carpirgli intime confidenze sui suoi ideali liberali. Ottenute le informazioni, l’uomo sarebbe stato accusato di alto tradimento nei confronti della corona inglese. Allarmata da quelle rivelazioni e cogliendo in quel piano la piccola punta di un enorme iceberg, Sovay decide di vestire nuovamente i panni del bandito giustiziere. Parte dunque alla volta di Londra per raggiungere il padre, ma una volta lì viene a sapere che l’uomo, insieme al figlio Hugh, è scomparso nel nulla. Perché? Cosa si cela dietro questa scomparsa? Aiutata da amici fidati, spronata dalla necessità di aiutare i suoi cari e agevolata dalla sua caparbietà, Sovay inizierà a sciogliere i nodi della matassa e la sua affannosa ricerca la condurrà a Parigi. Qui, toccate con mano fame e disperazione, dovrà disputare il duello finale, l’ultimo, quello risolutivo...
Dopo Il viaggio della strega bambina e Pirates, Celia Rees firma nuovamente un romanzo storico e consegna alle stampe l’avventura di una nuova eroina. Il romanzo, frutto di una valida combinazione tra la fantasiosa storia di Sovay e i reali fatti storici di fine XVIII secolo, inquadra e fotografa il crudo conflitto che può svilupparsi tra ricchezza e povertà, libertà e schiavitù, magnanimità e meschinità, lealtà e slealtà. Con consueta spigliatezza e avvalendosi di un concreto e dettagliato lavoro di ricerca, la Rees scolpisce i suoi personaggi con certosina precisione e li incastona in ambienti ben delineati e meticolosamente descritti. Volti, luoghi e fatti sono immagini dal tracciato profondo, raffigurazioni che scorrono velocemente e che, inserite nelle pagine, si fanno quasi realisticamente vive. L’autrice opera dunque nel campo che le è più congeniale, quello in cui le parole servono per miscelare, con accurata attenzione, fantasia e realtà. Poco importa quindi se in alcuni punti l’intrigo è un po’ fiacco o se la suspence non la fa costantemente da padrona perché, ben più evidente, è la riuscita incisività di questa miscela che con gradevole armonia sostiene l’intera intelaiatura della storia.

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