La ragazza del dipinto

La ragazza del dipinto
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Vienna è agli albori di quella grande tragedia che si dimostrerà l’Olocausto, è il 1936 e Rose gioca con le frange del cuscino di tessuto persiano. È una bambina, la più piccola della famiglia, mangia fagottini di albicocche alla cannella sbirciando le letture di Gerhard, un po’ più grande di lei, che sogna di fare qualche soldo facile con la compravendita di biglietti per la piscina comunale. Mutti, la madre dei due, versa in condizioni terminali nella camera accanto, nel lettino bianco come la sua camicia da notte che ormai riempie a fatica. Solo un ultimo desiderio, un gesto che, assicura, le darà felicità e potrà tranquillizzarla: avere vicino il ritratto di ragazzo ‒ Il fattorino troppo magro per riempire la divisa dentro alla quale è raffigurato ‒ che lei stessa aveva comprato a Parigi con il marito, in un tempo di cui Rose non poteva ricordare. La bambina trova il quadro sgraziato, è sconvolta da quanto sia inspiegabilmente sopravvalutato da Mutti. La tela comunque viene trasportata a fatica da Gerhard e Betta, la ragazzina di poco più adulta dei due che si occupa della donna e dei bambini, e adagiata nella poltrona di vimini accanto alla madre, che davvero sembra trarne giovamento, quanto meno di spirito. Stacco, dicembre a Los Angeles, non è ancora mezzogiorno e fa già caldo. È il 2005, Lizzie assiste incredula al funerale del padre, la bara attaccata alle guide metalliche scende piano nella terra e per lei sembra impossibile che solo quattro giorni prima aveva animatamente parlato con lui. I piani dell’uomo erano quelli di viaggiare per un po’, prima in Islanda, poi a Seul. E invece eccoli lì. In fila per il bagno nella galleria d’arte dove si tiene il rinfresco Lizzie proprio non immagina che la vecchia signora che incontra casualmente sia la donna che è andata a reclamare dal padre e ora da lei quella proprietà che tanto odiava nel 1936; alla ricerca del ritratto di ragazzo che era andato perso nella guerra e che è ora nelle mani della famiglia della ragazza c’è proprio Rose…

Ellen Umansky, dopo saggi e racconti pubblicati sulle riviste più disparate, dai periodici femminili al “New York Times”, si lancia nell’avventura letteraria del romanzo. Lo fa con una storia che entra ed esce dallo fondo storico e dà rotondità ad un reale costruito per sovrapposizione di strati, che imprimono una certa profondità all’azione. I livelli della narrazione si muovono sulle corde del biografico che si intersecano al giallo storico, in cui la perdita prende un valore universale. Il dramma personale si incastra alla tragedia non solo di un popolo, ma a catena come in un domino di dolore inonda tutti gli uomini che hanno un coinvolgimento di qualsiasi genere con quegli accadimenti. Ma quando ci si sta per perdere nei racconti degli orrori del passato, subito la vicenda riemerge al presente, per tornare a vivere, ma con un nuovo animo che nel perdere il dolore pungente della ferita aperta lascia sottopelle la cicatrice della nostalgia, traccia sulla quale tutto il romanzo viaggia. La Storia influisce sulle storie, molte volte fagocitandole, ma a volte lascia un residuo, agglomerato di ricordo, amore e rabbia che germina in vita nuova. La vicenda raccontata in particolare dà vita a nuove ricerche, nuove relazioni, in cui nella tristezza della perdita chi scrive vuole vedere anche il seme del perdono, qundi la creazione di una nuova positività. Un romanzo che si ascrive nel novero del romance più complesso e raffinato, che ha il pregio di essere esaustivo, almeno a livello di altre produzioni di genere, pur essendo un’opera prima. Un esordio che sembra padroneggiare già il ritmo e saper far girare gli ingranaggi del genere, un libro che va ad aggiungersi alle fila di quella che si può definire letteratura di intrattenimento… con sentimento.



 

 

 

 
 
 
 

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