La ragazza della neve

La ragazza della neve
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Un trapezio appeso al soffitto nel Petit Palais di Parigi, foto di angeli volanti nei loro costumi lucenti, una carrozza del treno di un vecchio circo degli anni ’40, un quadro che raffigura Noa: quanto basta a Astrid per ripiombare nei ricordi. Quando lei e Noa si conobbero, durante la seconda guerra mondiale, erano due fuggitive. Astrid, ebrea, ripudiata dal marito nazista, Noa trovata nel bosco, coperta dalla neve col bambino che aveva appena salvato da un vagone diretto ad un campo di concentramento. La prima, grande trapezista appartenente ad un’importante famiglia circense tedesca decimata dalla politica antisemita di Hitler, si ritrova a chiedere aiuto a Herr Neuhoff, proprietario del circo rivale e la seconda viene ospitata all’interno del circo, perché fuggita con un bambino ebreo. Ma Noa deve lavorare per potersi mantenere e, vista la sua giovane età (16 anni) e il suo fisico snello, si aggrega agli artisti come acrobata aerea e sarà proprio Astrid a doverla allenare. Il loro rapporto non sarà facile; la veterana, abituata a essere la primadonna e costretta, per non mettersi in mostra data la sua situazione personale, ad un ruolo di porteuse, proverà un po’ di rancore verso la più giovane e farà di tutto per boicottarla. Ma la guerra, il pericolo che i tedeschi scoprano i due ebrei nascosti nel circo (Astrid e il piccolo Theo, il bimbo che Noa ha salvato) e i vari inciampi che troveranno nel loro tour in Francia, faranno girare la situazione in modo inaspettato…

Pam Jenoff è americana, lavora al Consolato degli Stati Uniti a Cracovia, dove, frequentando la comunità ebraica, ha approfondito interesse e conoscenze sulla Shoah. Scopre la storia del vagone della morte dei bambini ebrei e, contestualmente, anche la storia di un circo tedesco che aveva dato rifugio ad alcuni fuggitivi ebrei, tra cui una trapezista e la sua famiglia. Così, con qualche invenzione di fantasia (non siamo di fronte ad una storia riportata tale e quale), nasce La ragazza della neve, rimasto per mesi tra i blockbusters del New York Times. Il libro è strutturato per capitoli, che portano il nome o di Noa o di Astrid, a seconda di quale delle due protagoniste sta raccontando la propria vicenda; ad ognuna delle due, la scrittrice affida il compito di descrivere fisicamente e caratterialmente l’altra e/o i personaggi di contorno. La storia si snoda tenendo come basso continuo la vita del circo, ma è incentrata sulla crescita in profondità del rapporto di amicizia e di fiducia tra le due donne, che porterà entrambe al superamento di alcuni spigoli di personalità, fino al sacrificio di una delle due per l’altra. È un romanzo che si appoggia sulla scorza epidermica, e lì resta. Mancano picchi emotivi, Jenoff è una buona scrittrice, nel senso che sa il mestiere, ma non è certo una speleologa dell’emozione. Le pagine del sacrificio di Noa sono commoventi, ma non è il linguaggio a renderle tali (la creatività), è la situazione (il mestiere). Leggere “e poi l’oscurità” mentre la ragazza sta morendo è banale, stantio: un minimo di sforzo creativo lo pretendo, insieme a un po’ di poesia che, giuro, non uccide. Finita la lunga lettura (350 pagine), il respiro del romanzo si esaurisce subito.



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