La ragazza di Bube

La ragazza di Bube

La guerra è finita da poco quando Mara incontra per la prima volta Bube, che era stato partigiano insieme a suo fratello Sante, morto ammazzato dai tedeschi. Bube è ritroso, taciturno, impacciato, Mara è civetta, sicura di sé, con la risposta pronta e “un’illimitata fiducia nella sua bellezza e nella sua furberia”. Lei ha sedici anni, lui diciannove. Si piacciono, si girano un po’ intorno con le tipiche schermaglie degli innamorati, poi si fidanzano, ma non è l’idillio romantico che Mara aveva in cuore. Giusto il tempo di qualche lettera, di una gita in città, di una notte trascorsa in un capanno in campagna, poi Bube deve scappare all’estero perché ha sparato al figlio di un maresciallo per vendicare la morte di un amico. A Mara, rimasta sola ad aspettare, il suo paesino in Maremma comincia a stare stretto e se ne va a servizio a Poggibonsi. Lontana da casa, la sfiora la possibilità di un futuro diverso, vicino a un altro uomo. Intanto si avvicinano le elezioni del 2 giugno, si attende l’amnistia, i “compagni” confidano che Bube possa tornar presto in patria. Invece viene espulso dalla Francia insieme a molti altri comunisti italiani e lo arrestano alla frontiera. Quando lo condannano a quattordici anni di prigione, a Mara tocca la scelta più grave della sua giovane vita...

Nel 1960 La ragazza di Bube vince il Premio Strega (tre anni dopo Luigi Comencini lo porta sul grande schermo nel film omonimo con Claudia Cardinale) e per una parte della critica è scandalo. A Carlo Cassola si rimprovera di aver voluto fare del revisionismo gratuito. Certo che Bube fa una ben misera figura, col suo retaggio maschilista (“La politica non è fatta per le donne”, “Sono io l’uomo e te devi obbedire”) e il suo gesto sconsiderato. Non se la cava meglio il padre di Mara, tronfio di fede ottusa nel partito, con la bottiglia facile e la logorrea piena di luoghi comuni sulla vittoria proletaria. Anche Stefano, l’operaio comunista che vuole sposare Mara, dimostra una sconsolante aridità di sentimenti, con quel suo “egoismo del maschio, che tiene più al possesso dell’amata che alla felicità dell’amore”. Comunque sia, le accuse a Cassola di aver scritto un romanzo reazionario, che denigrava la lotta partigiana, suonano inconsistenti, frutto di un’ideologia miope degna più di un Peppone guareschiano che di intellettuali intelligenti (nonostante l’allitterazione, il sostantivo non implica necessariamente l’aggettivo). Il valore universale della Liberazione non è messo in discussione, e non è sicuramente il malinconico e scialbo Bube a sminuirlo. Se mai Bube (cresciuto troppo in fretta, schiacciato dal ruolo di raddrizzatore di torti che gli hanno affibbiato) incarna la fatica di reinserirsi nella normalità dopo i giorni gloriosi passati alla macchia, e la delusione di vedere che la strada per realizzare gli ideali è lunga e non esente da compromessi. Alla sua debolezza fanno da contraltare la determinazione e l’energia di Mara. Con lei Cassola crea uno dei personaggi femminili più intensi e positivi della letteratura del dopoguerra. Da ragazzetta spontanea e solare, che sogna i tacchi alti e il grande amore, Mara diventa adulta attraverso il dolore e si sacrifica senza gesti plateali, con uno slancio composto e altamente morale, per restare vicino al fidanzato nel momento della prova. Una decisione che le fa versare molte lacrime e la trasforma in una donna piena di forza, non solo bella d’aspetto, ma bellissima dentro. Ora che c’è da costruire una difficile pace, è in lei che la Resistenza continua. Quella Resistenza che fruttifica nel quotidiano, che si rinnova giorno dopo giorno nella messa in gioco di se stessi, nella rinuncia alle aspirazioni personali per qualcosa di più alto e più giusto. La Resistenza di Mara, generosa e fedele ragazza di Bube.



 

 

 

 
 
 
 

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