La regina degli scacchi

La regina degli scacchi
Beth ha otto anni ed è orfana, vive all'istituto Methuen Home, nel Kentucky, prende due pasticche di tranquillanti al giorno (come tutti gli altri ospiti dell'orfanotrofio) e non sa cosa significa la parola  “ciucciacazzi”. L'ha sentita dire un giorno da Ralph, un ragazzino orfano come lei. Vorrebbe chiedere a qualcuno che cosa significhi ma in fondo sa che non deve essere una bella parola. Ogni tanto qualche bambina se ne va con una coppia di signori, quelli che invece sono dentro da tanto tempo li chiamano “i prigionieri a vita”. Come Jolene, la ragazza nera più grande di tutto l'istituto, l'unica con la quale Beth riesca a parlare. L'altro giorno le ha fatto vedere come si fanno i palleggi ma ogni tanto Jolene le fa qualche dispetto e la chiama mozzarella. Un giorno, dopo la lezione di matematica, Beth vede il custode giocare nello scantinato a qualcosa che non aveva mai visto prima, molto simile alla dama. Lo scantinato un po' la spaventa, non c'è mai nessuno e puzza di muffa, ma anche il guardiano la spaventa, alto e grasso com'è. Beth riesce a farsi dire solo che quel gioco si chiama scacchi. Ma la settimana successiva lo convince anche a insegnargli le regole. Ormai Beth passa tutto il giorno a pensare agli scacchi, si rigioca nella sua testa tutte le partite con il custode, anche se fino ad ora le ha perse tutte. Finché un martedì Beth non si accorge di una mossa sbagliata del suo avversario. Il passo da lì al suo primo scacco matto è breve...
Assistere dal vivo ad una partita di scacchi non deve essere la cosa più divertente del mondo. Eppure una delle cose più sorprendenti de La regina degli scacchi è come Walter Tevis riesca a fare appassionare il lettore alla descrizione di una partita. Queste sequenze del libro, seppure utilizzino qualche termine tecnico, riescono avvincenti come una duello o un inseguimento a duecento all'ora sull'autostrada. E a ben vedere gli elementi ci sono tutti. Le partire tra Beth e i suoi avversari sono delle vere e proprie sfide all'ultimo sangue, fatte di sguardi, piccoli gesti, strategie e colpi di scena. E se pensate che gli scacchi siano un gioco lento dovrete ricredervi. Grazie ad un prosa fatta di periodi brevi e ad un lessico semplice ma preciso l'autore imprime alla scrittura un ritmo veloce, che non viene mai meno. Una scrittura fatta di gesti. E' raro che l'autore perda tempo a descrivere gli stati d'animo dei personaggi. Walter Tevis preferisce farveli capire da un'azione (non a caso è stato attivo anche come sceneggiatore). Ma questo libro, pubblicato per la prima volta in America nel 1983, il penultimo dello scrittore di San Francisco morto nel 1984, non parla solo di scacchi. Il romanzo è una galleria di personaggi indimenticabili: dal custode burbero e bonario alla trascinante Jolene; dal freddo e impassibile Borgov, re degli scacchi russo, a Benny, egoista e giovane scacchista. Il lettore segue con passione la parabola – non priva di sussulti – di Beth Harmon, da bambina che si allena nello scantinato dell'orfanotrofio alla ragazza pluricampionessa di diciannove anni. Un percorso non sempre facile, durante il quale Beth, oltre a dover fare i conti con il mondo maschilista degli scacchi, farà le sue prime esperienze nel campo dell'amore e in quello dell'alcol. La scacchiera come metafora della vita? Forse, intanto godetevi questo romanzo. Fino all'ultimo scacco matto.

 

 

 

 
 
 
 
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