La regina delle greggi

La regina delle greggi
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Le frasi che scrive nei suoi libri a volte sono decisamente più che semplici affermazioni, se ne rende conto anche lui, tanto che sa che certi lettori non si accostano nemmeno per errore alle sue opere perché lo trovano difficile e non si sentono a loro agio con dei romanzi che non fanno perno su concetti semplici e rassicuranti, non premiano la loro fiducia nel lieto fine, nella pentola d’oro in fondo all’arcobaleno, anche se poi in realtà l’arcobaleno dopo un po’ svanisce e chi l’ha seguito si ritrova solo con un pugno di mosche in mano e un gran mal di piedi perché il cammino è stato lungo e faticoso. Non dà risposte, non propone soluzioni, non c’è neppure all’atto pratico un vero e proprio finale, triste o meno, solo una pausa. Si chiama Tom, Tom Burton, anzi, Thomas Burton, come sulle copertine. Anche sua moglie scrive romanzi, e insieme così si guadagnano da vivere. Certo, se non ci fossero i figli avrebbero molti più soldi. Il loro ménage è comunque tranquillo, benché ogni tanto litighino e una volta lei gli abbia persino tirato un piatto di sgombri sotto sale e patate, pietanza che fino a quel momento era stata una delle loro favorite: i figli hanno un’idea piuttosto tradizionale di loro, e hanno anche messo al mondo dei nipoti. Tutto sommato ogni cosa procede dunque seraficamente per il verso giusto. Lui è originario del Montana, ha vissuto l’infanzia in un ranch, dove la mamma è stata tanto infelice: per questo, contro il parare di tutti, ha deciso di andare a vivere nel Maine, dove nessuno lo conosce, il punto più lontano possibile dal luogo delle sue radici…

La produzione letteraria di Thomas Savage, nato nel 1915 e morto nel 2003, romanziere prolifico e intenso, torna a fare bella mostra di sé in libreria con quest’opera, un grande affresco d’un’epoca e un mondo, un’intensa ed epica saga familiare che, successiva a Il potere del cane, autentico cult del 1967 (ambientato tra le selvagge pianure del West, nel Montana del 1924, nel ranch, il maggiore della vallata, dei fra loro diversissimi fratelli Burbank: la vicenda, che si presta a numerose chiavi d’interpretazione, ha attirato anche l’interesse della grande Annie Proulx, cui in primo luogo si deve Brokeback Mountain), ha fatto la prima comparsa sugli scaffali americani oltre quarant’anni fa ed è già stata edita in Italia da Ponte alle Grazie nel 2004, poco dopo la dipartita del suo autore. In questo caso la storia, un inno alla famiglia ma al tempo stesso un manifesto per quel che concerne tutti gli aspetti della psicologia umana - indagata con finezza e sensibilità magistrali - legati all’identità, all’autodeterminazione, alla ricerca di sé e del proprio posto nel mondo, è quella di Emma, una giovane per la quale sembra essere stata addirittura inventata la parola morigeratezza, anche se in realtà è considerata dagli altri ben più severa di quanto non sia davvero. Emma non ammette di poter fallire, e dunque, al tramonto dell’Ottocento, dice addio al padre lasciando in treno l’Illinois alla volta dell’Idaho, dove andrà a insegnare. Troverà anche l’amore, e verrà presa in giro dal marito, perché tutti sanno che non si possono allevare bovini e ovini nello stesso podere: le due pecore regalatele quasi per scherzo daranno però vita a un gregge di migliaia di capi che le farà guadagnare l’appellativo di regina. Non mancherà di avere numerosi figli, una dei quali, però, un giorno, si recherà in ospedale per dare subito dopo il parto il frutto del suo grembo in adozione…



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