La regola delle ombre

La regola delle ombre
Firenze, 1482. Le fiamme che avvolgono la prima stamperia a caratteri mobili della città turbano la notte di Lorenzo de Medici e del suo amico Pico della Mirandola. Lo stampatore viene trovato penzoloni, con la testa stretta nel torchio. Tutto lascia presagire che il rogo non sia frutto del caso quando anche l’incisore che lavorava presso la stamperia viene trovato morto, con un pugnale conficcato nella schiena, in una bettola. I due stavano lavorando intorno ad un libro, un’opera meravigliosa, con il proposito di farne omaggio al Magnifico, il quale sospetta si tratti del volume che suo nonno Cosimo ricevette dalle mani di Leon Battista Alberti: la Regola delle ombre, ultimo libro del “Corpus Hermeticum” nel quale è racchiuso il segreto per far ritornare le anime dal mondo dei morti. Proprio la figura di una donna che sembra essere quella Simonetta Vespucci, “la senza pari”, colei che il Botticelli dipinge ossessivamente, morta in giovane età ed inspiegabilmente riapparsa, fa rinascere in Lorenzo il vecchio amore, ma fa affiorare anche il ricordo del tentativo di riportarla alla vita, seguendo il rito. Pico, forte della sua devozione per Lucrezio, è scettico: come si può tornare dal mondo dei morti? Con questa domanda in testa e per conto del Magnifico inizierà una ricerca spasmodica della verità che sveli, ad una volta, il mistero di quel libro e l’enigma che avvolge quella donna così bella da rasentare la perfezione divina. L’unico modo per scoprirlo è quello di andare a Roma, seguendo le tracce dell’Alberti che nell’Urbe visse gli ultimi misteriosi ed oscuri anni della sua vita. Nella città papale dove gli intrighi sono all’ordine del giorno, dove l’inquisizione non va troppo per il sottile ed i tumulti intellettuali del Rinascimento gettano il seme dell’insofferenza, Pico dovrà rimettere in ordine le tessere del mosaico ricorrendo alla sua celebre memoria, senza disdegnare, talvolta, il ricorso alla durezza...
La forza de La regola delle ombre sta nello scaraventare letteralmente il lettore in un contesto storico tra i più dinamici e complessi, fatto di corruzioni e trame segrete in un conflitto perenne di lotte intestine tra casate e famiglie, alcune per assicurarsi il potere, altre, più in alto, per assicurarsi il soglio di Pietro. Una conflittualità latente e manifesta che fa chiedere a Pico: “Ma come si regge lo Stato, se ogni sua parte sembra in convulsione e battaglia contro l’altra?”. In quella Roma fatta di rovine antiche, palazzi signorili, vicoli intricati, stanze sotterranee sconosciute nelle quali palpita un sapere esoterico, si esalta, all’ombra dei campanili, quel Rinascimento che affonda le radici nella sapienza antica pre-cristiana, a metà strada tra l’eresia neo-platonica e l’epicureismo e soprattutto si immagina un mondo nuovo in cui il potere tentacolare della Chiesa sia totalmente scardinato.  La figura di Pico, cui Giulio Leoni affida il compito di districare l’intricata matassa, con la sua mente lucida capace di ricordare ogni minimo dettaglio, sostituisce degnamente quel Dante investigatore che ha fatto la fortuna dei quattro romanzi che hanno dato la notorietà a Leoni (I delitti della Medusa, I delitti del Mosaico, I delitti della Luce e La Crociata delle tenebre). Nulla di strano, quindi, se lo ritrovassimo in un prossimo romanzo alle prese con altre, oscure e complicate vicende. Le oltre 400 pagine del romanzo si leggono tutte d’un fiato per quella capacità di Leoni di non fare mai cadere la tensione del lettore anche quando si sofferma su complesse descrizioni architettoniche o mette nella bocca dei suoi personaggi articolate riflessioni filosofiche. La dinamicità della scrittura sta nel mescolare abilmente elementi di esoterismo, frammenti di giallo, il dubbio costante di non avere a che fare con la magia nera e poi quella sapienza nel sovrapporre storia e romanzo di cui non si riesce a percepire né l’inizio né la fine.

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