La repubblica di un solo giorno

La repubblica di un solo giorno
Nello scenario unico della città di Roma, si manifestano Mazzini, Manara e Mameli, Garibaldi e Anita, il Papa e i Borboni, l'esercito francese comandato dal terribile generale Oudinot e un nutrito gruppo di giovani romantici, pronti a immolarsi e a diventare eroi per l'indipendenza e la libertà di un  popolo, ancora diviso e soggiogato dal tallone papale e di esteri interessi e potenze. Accanto ad alcune delle icone risorgimentali, appare il popolo minuto di Roma, quello che le ha viste tutte e tutti è avvezzo a tollerare e accogliere, fino a un certo punto, ancora sottomesso al governo papale e attanagliato da fame e miseria, disincantato eppure indolente e che, stimolato da episodi esemplari, dagli strali delle pasquinate sussurrati di bocca in bocca e dalle infuocate parole di molti intellettuali, piano piano riacquista l’orgoglio e attiva prime forme di resistenza contro le ingiustizie e i soprusi dei poteri, siano il Papa e la sua Chiesa o un esercito straniero. L’esercito straniero è lo stesso che, con molto sangue e tante parole, si erge a difensore della democrazia e poi, per motivi di prestigio politico e una politica estera, che segue solo e puramente una caina ragione di Stato, con la quale giustificare anche l’azione più turpe. La popolazione romana attiva è integrata e partecipata da tanti combattenti provenienti dal nord, molti dei quali di origine aristocratica, comincia a resistere per la libertà, l’eguaglianza e la fraternità; si diffonde, divenendo quasi spirito comune, uno spirito repubblicano-democratico che conduce donne e uomini a dare vita ad un’esperienza di lotta e di produzione di cultura, che cambierà la storia di Roma, dei romani e dell’Italia, al di là della sua fugacità, a prova del coraggio e dell’intelligenza collettiva, dinnanzi ai diversi Moloch, che infesta(va)no il territorio romano e italiano. Il valore profondo, vero, dei tanti personaggi reali si mescola ai Ranieri e agli Aurelio, ragazzi del nord venuti a Roma, seguaci rispettivamente di Mazzini e di Garibaldi, dunque in contrasto sulla strategia rivoluzionaria da seguire; la prostituta Maddalena, strumento ‘analfabeta’ nelle mani di preti corrotti e di nobili reazionari, si innamora del bel Ranieri e diviene infermiera nell’ospedale organizzato dalla principessa Cristina Trivulzio di Belgioioso, chiamata a Roma da Mazzini, proprio per occuparsi dell’accoglienza e della cura dei feriti; infine, il piccolo ladruncolo trasteverino Lucio, contraltare malandrino del ben noto Ciceruacchio, proletario e filosofo popolano; grazie all’incontro con i patrioti della libertà, della democrazia, della costituzione repubblicana, della dignità per tutti, sviluppa una propria formazione politica e un impegno entusiasta. Luciano Manara, Goffredo Mameli, Giacomo Medici, i Dandolo combattono sullo sfondo dei bastioni e della Cupola di San Pietro, mentre i soldati francesi, al comando del generale Oudinot, sferrano un attacco fatale per i valorosi difensori romani e, dalle pendici del Gianicolo, scendono a prendere possesso della Città Eterna per restituirla a Pio IX. Mentre al Campidoglio si scrive, e viene presentata in fretta e furia sulla Piazza del Campidoglio, la Costituzione della Repubblica Romana, madre di tante costituzioni successive, i patrioti vengono, dunque, sopraffatti: la Costituzione durerà solo un giorno, il 30 giugno 1849, mentre Garibaldi con pochi reduci fugge verso Venezia, verso Manin e la Repubblica della Serenissima. Il Papa rientrerà da Gaeta a Roma il 12 aprile 1850 e ripristinerà l’Ancien Régime o, come oggi verrebbe definita eufemisticamente, la normalizzazione della città, dei suoi muri, della sua materia e del suo spirito repubblicano e democratico. La Repubblica romana e costituzionale durerà l’espace du matin, ma contribuirà ad alimentare quello spirito, che non si spegnerà più. Come scrisse Mazzini, costituirà la palese dimostrazione, una volta di più, da parte dei “briganti”, della possibilità di autodeterminarsi, di lottare contro la tirannia, di discutere e fondare democraticamente un sistema politico, basato sul riconoscimento della dignità, della solidarietà e della cittadinanza per ciascun individuo...
La cronologia degli eventi, l'avventura della "Repubblica dei Briganti", come definita dai sostenitori di papa Pio IX, costituisce di per sé una narrazione capace di tenere incollate le persone a immagini e parole. Rappresentata, dapprima, con la forza tipica del teatro di buona qualità, la lezione di storia della Repubblica Romana del 1849, che scaturisce dalla scrittura di Ugo Riccarelli e di Marco Baliani (regista dell’omonimo spettacolo teatrale), produce anche questo piccolo e intenso romanzo, dove figure celebri del nostro Risorgimento, Mazzini, Pio IX e Garibaldi restano sullo sfondo, per lasciare spazio alla vita e alle gesta di personaggi di fantasia, che sono altrettante metafore delle diverse e ricche personalità e motivazioni che animarono quel momento storico, tanto pieno di illusioni, fiducia e speranza. L’appassionante vicenda, densa di significati e forte di qualità, romantica eppure capace di parlare alla contemporaneità, ha dato dimostrazione e sperimentato metodi per la costruzione di una repubblica, che fosse caratterizzata da valori autenticamente democratici e solidali. Un episodio entusiasmante della Storia del nostro Paese, importante per le sue modalità, contestualità e caratteristiche, che risulta tuttavia poco conosciuto alla grande massa degli italiani. Le tante celebrazioni del 150° dell’Unità consentono di riavviare e approfondire le riflessioni e lo studio della nostra storia unitaria e pre-unitaria, di rianimare una discussione sul Risorgimento, troppo spesso agiografica. In definitiva, è un’occasione ulteriore per attribuire la giusta attenzione ad un periodo storico, che porterà anche alla formulazione di una carta costituzionale di sorprendente modernità, base di molti altri documenti costituzionali europei e non. Non ultimo, la nostra Costituzione repubblicana e democratica del 1948, oggi sempre più dileggiata e manomessa, fondata sul lavoro e su una forma di governo parlamentare con poteri separati, nata dalla Resistenza antifascista e da quelle culture, che alla lotta contro i soprusi e gli invasori dedicarono vita, desideri e speranze. Il romanzo affronta la materia profonda degli uomini, le loro alte aspirazioni, la civiltà del buon diritto, che non si confonde con legislazioni sibi et suis, che parla sanguinante al nostro presente, non soltanto in termini di memoria. Siamo riusciti a costruire almeno in parte certi principi e valori fondanti di un vivere civile, a farli durare nel tempo, ma quel tempo si è poi consumato nel confuso e indistinto mondo globale a-valoriale, che rischia di sciogliere “le democrazie occidentali”, come quella Repubblica, “in un solo giorno”. Il libro di Riccarelli è impreziosito anche da alcuni testi storici, tra i quali il testo della Costituzione della Repubblica romana del 1849. L’occasione è troppo ghiotta per non richiamare all’attenzione solo alcuni dei principi ispiratori di un’esperienza di libertà dai poteri opprimenti, chiusi e slegati da logiche democratico-rappresentative, inseriti in una realtà storica breve, eppure simbolica e attualissima:
“II.  Il regime democratico ha per regola l'eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà, né privilegi di nascita o casta.
III. La Repubblica colle leggi e colle istituzioni promuove il miglioramento delle condizioni morali e materiali di tutti i cittadini.
IV. La Repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli: rispetta ogni nazionalità: propugna l'italiana.”
Si tratta di un testo licenziato con i francesi già tra le mura della città, accorsi a difendere il potere temporale di Pio IX contro i “briganti”, cittadini della Repubblica romana in lotta per i propri diritti civili e sociali. Dopo oltre 160 anni, sembra di essere, istituzionalmente e culturalmente parlando, ancora nelle condizioni che indussero molti giovani cittadini italiani ad accorrere in difesa di Roma e della sua esperienza laica e repubblicana, fondata sulla “più equa distribuzione possibile degli interessi…”, dunque delle risorse. Concludiamo richiamando alla memoria le parole che Mazzini, nella lettera ai Romani del 5 luglio 1849, indirizza ai cittadini romani e repubblicani, per alimentarne la speranza in un presente grigio di devastazione e saccheggio, che ancora oggi potremmo fare nostre: “La Vostra Assemblea non è spenta, è dispersa. I vostri Triumviri, sospesa per forza di cose la loro pubblica azione, vegliano a scegliere a norma della vostra condotta, il momento opportuno per riconvocarla”. Purché il sonno non duri in eterno!

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