La ribelle

La ribelle

Nel reparto di isolamento disciplinare delle isole Solovki, la ventinovenne Evgenija Jaroslavskaja-Markon decide di mettere per iscritto le proprie memorie: sa che l’ora della sua esecuzione si avvicina e vuole essere lei stessa a redigere il proprio interrogatorio, affinché la testimonianza sia la più veritiera possibile. Nata nel 1902 a Mosca in una famiglia ebraica benestante, Evgenija cresce sotto l’influenza di tre forze principali: quella del padre, storico e filologo da cui eredita l’amore per la scienza; quella dei famigliari del ramo materno, intellettuali filo-rivoluzionari; e quella della vivace e zelante governante tedesca. Fin da bambina alle frivolezze femminili preferisce svaghi culturali come arte e letteratura, e sviluppa un ostinato senso di giustizia sociale che la portano a scontrarsi con qualunque forma di potere precostituito – a cominciare dal corpo insegnanti del ginnasio che frequenta a Leningrado. Crescendo abbraccia gli ideali della rivoluzione, e dopo gli studi universitari in Filosofia si unisce nel lavoro e nella vita al poeta Aleksandr Jaroslavskij. Delusi dall’ascesa politica dei bolscevichi, marito e moglie organizzano in Russia e all’estero conferenze su temi letterari e antireligiosi, in aperto conflitto con lo stalinismo al potere in quegli anni. Quando nel 1928 Aleksandr viene arrestato e condannato al lager delle isole Solovki, Evgenija decide di tornare a Mosca e di condurre una vita di strada rubando e vivendo ai margini della società insieme a ladri, prostitute e giovani senzatetto…

Durante un sopraluogo alle isole Solovki per raccogliere materiale per il suo nuovo romanzo, Olivier Rolin – lo scrittore a cui si deve la prefazione de La ribelle – si imbatte nella foto di una donna il cui sguardo e atteggiamento inflessibili lo colpiscono a tal punto da volerne approfondire le origini. Quella donna è Evgenija Jaroslavskaja-Markon e quella foto fu scattata probabilmente pochi anni prima che venisse internata alle Solovki, il primo gulag della storia sovietica. Nei campi di lavoro del sistema gulag – acronimo russo dell’equivalente italiano «Direzione generale dei campi (di lavoro correttivi)» – vennero rinchiusi non solo zaristi, ma anche qualunque dissidente o rivoluzionario o anarchico o comune cittadino che si opponesse al regime di Lenin prima e di Stalin poi. Di quale crimine poteva essersi macchiata Evgenija Jaroslavskaja-Markon per meritarsi il gulag? A risolvere il mistero è un documento rinvenuto negli archivi del KGB/FSB (i servizi segreti russi): la sua autobiografia, scritta evidentemente poco prima del 1931, anno in cui ne ebbe luogo l’esecuzione per fucilazione. Nel raccontare la sua breve, ma intensissima vita, Evgenija usa un linguaggio schietto e sincero, senza mai celare il proprio credo politico. Appassionata sostenitrice degli ideali rivoluzionari, ella credeva che la classe rivoluzionaria per antonomasia fosse quella del mondo criminale – ladri, teppisti, prostitute – e che confino e deportazione non fossero una soluzione al problema delle delinquenza, ma solo un espediente per non affrontarlo direttamente. Proprio alla sua adesione alla delinquenza, cioè agli anni in cui visse per strada e fu più volte incriminata di furto, sono dedicate le pagine più intense del documento. Seppur nella sua brevità La ribelle non è solo una preziosa testimonianza di un periodo buissimo della storia russa, ma anche il ricordo di un animo femminile indomito, combattivo e intellettualmente onesto che merita senza dubbio di essere conosciuto.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER