La rivoluzione del Rojava

La rivoluzione del Rojava
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Il Rojava è la porzione di Kurdistan occidentale che si trova in territorio siriano. Se bisogna individuare, a beneficio dei futuri libri di Storia, una data di inizio della Rivoluzione delle donne, questa è convenzionalmente indicata come il 19 luglio 2012 con l’attacco e la conseguente resistenza di Kobane; la scintilla, grazie alla presenza ramificata e capillare di partiti e organizzazioni come il PKK, il Ypj (partito per la protezione del popolo) , il Ypj (partito per la protezione delle donne), si è rapidamente diffusa in tutti i sette distretti e 365 villaggi del Rojava e quando Arzu Demir varca per la prima volta i confini delle terre insorte a marzo 2013, la rivoluzione è ormai “uno stato permanente”. La brace da cui la scintilla si è innescata, però, covava sin dal 1979 ‒ anno in cui il PKK (partito del lavoratori curdi) ha aperto l’arruolamento alle donne ‒ sotto le ceneri delle identità annientate, della cittadinanza negata, degli incarceramenti, delle torture, dei mille e mille soprusi perpetrati dallo Stato siriano ai danni dei curdi, che nei censimenti ufficiali vengono dichiarati “stranieri”. I due partiti , che hanno agito in clandestinità per oltre due decenni, hanno applicato alla lettera l’indicazione del leader Abdullah Öcalan- “Apo” per tutti i curdi- di unire tutte le popolazioni presenti nei territori da liberare, ed infatti, alla rivoluzione del Rojava hanno contribuito battaglioni armeni, arabi, caldei, assiri, cristiani, oltre che battaglioni internazionali di cui fanno parte donne e uomini europei, africani e meridionali. La rivoluzione del Rojava è innanzitutto rivoluzione sociale perché è riuscita a cambiare i modi della partecipazione femminile alla vita sociale e all’esercizio del potere…

Janda Welat, Jinda Ronahi, Eilem Deniz, Ivana Hoffmann mettono bene in chiaro nel corso delle loro conversazioni con l’autrice che l’apporto che le donne hanno dato alla rivoluzione è stato militare quanto politico, che le sessantenni armate che sorvegliano l’ingresso dell’Accademia hanno contribuito tanto alla difesa del territorio, alla liberazione dei figli e fratelli coscritti di forza dall’esercito siriano, quanto alla scrittura della Costituzione, che in modo rivoluzionario hanno chiamato Contratto Sociale e delle “leggi per le donne” fondamentali per uscire dalla barbarie della poligamia, della negazione dei diritti, del matrimonio con minorenni, del vivere sotto un padrone maschio i cui delitti, se perpetrati contro una donna, non costituivano nemmeno reato. La rivoluzione, iniziata da poche, ha fatto sì che tutte le donne si interessassero di politica, che le nonne andassero a lezione di curdo insieme alle nipoti, riscoprendo la lingua e la storia di un popolo la cui esistenza stessa veniva negata dai governanti degli Stati che se ne erano spartiti il territorio: “in Siria non esistono né curdi né Kurdistan”, diceva orgoglioso Assad a Erdogan. Grazie alla lungimiranza di Ocalan che ha sempre visto nell’inclusione l’unica possibilità di successo, sin dal 1992, l’arruolamento delle donne ha assunto una funzione strategica e la loro presenza preponderante ha consentito ambiti e aree autonome di decisione politica in cui gli uomini non intervenivano. È stata questa autonomia progressiva a rendere possibile l’emancipazione maschile e anche se oggi gli uomini scherzano sul dover stare attenti perché le donne hanno la propria organizzazione armata, la realtà è che la rivoluzione, nel Rojava, è riuscita a sciogliere i ruoli tradizionalmente ricoperti da uomini o donne uno nell’altro e la divisione sessista del lavoro o dei ruoli familiari è stata annientata anche grazie al lavoro di organizzazioni come la Yekitiya Star, che per decenni ha agito in clandestinità facendo crescere la coscienza politica, sociale, il grado di istruzione, la capacità di risposta alle ingiustizie, dando corpo ad un movimento per la liberazione delle donne che applicava il paradigma democratico, ecologico e di genere teorizzato da “Apo” Öcalan. Sono cinque i principi che guidano l’azione delle donne rivoluzionarie del Rojava: patriottismo, libertà di pensiero, organizzazione, lotta, estetica, ossia bellezza. Arzu Demir, talentuosissima giornalista turca, riesce ad illustrarli ed approfondirli dando voce alle donne, costruendo una corale in cui i toni bassi e cupi delle armi si fondono con le voci tonanti delle manifestanti di Qamishlo, con le risate ironiche, con il multilinguismo del battaglione internazionale con il ricordo di eroi come Serkan Tosun, che non ha conosciuto e per le cui sorti sceglie di arrabbiarsi invece che rattristarsi, e soprattutto riesce a rendere chiaro al lettore che la rivoluzione del Rojava ha sconfitto non solo la Siria colonialista, i folli jihadisti di al-Nusra, la Turchia e i tradizionalisti curdi del kdp di Barzani, ma, che queste donne, mentre difendevano militarmente la rivoluzione, hanno costruito una nuova vita sociale, occupandosi dell’organizzazione del popolo, della creazione di forze di intelligence, hanno fondato municipalità, organizzato comuni, costituito assemblee, forze di controllo della frontiera… La rivoluzione, il cui seme è stato piantato casa per casa nel corso di decenni di preparazione, ha prodotti frutti e si è ramificata, curata da tutti come una responsabilità personale. La rivoluzione del Rojava è un libro imprescindibile e indispensabile, che andrebbe studiato a scuola, il manifesto dell’immaginazione che nel Rojava ha preso il potere con la forza e lo ha mantenuto con la cultura.



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