La Russia postimperiale

La Russia postimperiale
Dopo la caduta dell’Impero sovietico e la dissoluzione dei regimi dell’Est, la Russia si è trovata declassata dal rango di superpotenza. L’adesione di diversi dei suoi alleati satelliti, come Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, alla NATO e all’UE, le “rivoluzioni colorate” di Ucraina e Georgia, la presenza sempre più invasiva degli Stati Uniti nell’Europa Centrale, hanno prodotto una pericolosa “sindrome dell’accerchiamento”. Di fronte all’unipolarismo americano e all’incertezza dell’Europa, il Cremlino ha avviato una politica estera che lo facesse uscire dall’impasse caotica in cui era precipitato e riassumere il vecchio ruolo di grande potenza. Questo avviene soprattutto con Putin a partire dalla fine degli anni ’90. È lui il principale fautore della cosiddetta Russian global resurgence, una visione politica a tutto campo volta alla trasformazione della Russia da attore passivo ad attore attivo della scena internazionale. L’attenzione politica è così strategicamente spostata dai Balcani, ormai troppo occidentalizzati, al Caucaso, appoggiando, in nome del principio di autodeterminazione dei popoli, le richieste di indipendenza di regioni filorusse come la Transnistria, il Nagorno Karabah, l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia, impedendo possibili penetrazioni americane in Ucraina e in Georgia, continuando la guerra in Cecenia. Si afferma la dottrina del multilateralismo contro l’unilateralismo statunitense, tessendo da una parte alleanze con paesi amici come Francia, Germania e Italia, o con nazioni dal profilo antiamericano come la Cina, dall’altra sfruttando il peso del proprio patrimonio energetico indispensabile a diversi Stati europei e non solo. Sul terreno economico, sull’indebolimento americano nello scacchiere asiatico, sul mercato energetico si gioca il nuovo destino imperiale della Russia…
Dove va oggi l’ex “Orso sovietico”? Ce lo dicono Alessandro Vitale, docente di Analisi della Politica Estera e di Studi Strategici dell’Università di Milano, e Giuseppe Romeo, analista politico e giornalista, in un acuto e dettagliato saggio sull’odierna politica estera russa. Tenendo presente le due componenti irrinunciabili dell’identità russa, la vocazione imperiale e quella statalista-burocratica, sono evidenziate le difficoltà e le paure createsi con l’implosione del sistema socialista, ruotanti attorno all’incubo della disintegrazione del territorio e della perdita di prestigio nel panorama internazionale. La rinascita prende l’avvio dal pragmatismo putiniano, che intellingentemente fa presa su profondi sentimenti popolari: la sicurezza nazionale, l’accerchiamento, il nemico esterno o interno, la grandeur. La nuova politica estera russa di revanche passa attraverso le ampie risorse energetiche, che permettono considerevoli entrate, uno stretto controllo dello Stato della vita dei cittadini e del mercato, il potenziamento militare. Vitale e Romeo però non si limitano a registrare il cambiamento solo di facciata del sistema di potere del Cremlino (la vecchia nomenclatura non ha fatto altro che riciclarsi), indicano anche le colpe di Stati Uniti ed Europa, in modo particolare quella di aver voluto ridurre all’isolamento il colosso russo, finendo di ridargli per reazione vitalità ed aggressività. Il quadro internazionale dopo l’11 settembre 2001 ha mostrato quanto fosse fallace una simile concezione, al contrario si è dovuto prendere atto della crescente importanza strategica di Mosca nella partita che si gioca in Asia Centrale. La Russia postimperiale è un libro analitico, scritto con rigore specialistico, che fa sì il punto sulle dinamiche attuali e future della politica estera russa, ma con grande lucidità ammonisce tutto l’Occidente, USA compresi, a riconsiderare il ruolo mondiale della Russia, cercando con essa un’integrazione per lo meno diplomatica piuttosto che uno scontro “freddo” che finirebbe per svantaggiare tutti.

 

 

 

 
 
 
 
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