La salvezza del bello

La salvezza del bello

Le sculture di Jeff Koons, l’iPhone, la depilazione brasiliana. Cosa hanno in comune? La levigatezza. Assenza di bordi aguzzi e angoli, superfici morbide, lisce, rotondità, costituiscono l’attuale concetto di bello: “Al di là dell’effetto estetico, esso incarna l’attuale società della positività. La levigatezza non ferisce, e neppure offre alcuna resistenza. Chiede solo un like”. E, a proposito di like e dello stare appiccicati e costantemente connessi al mondo virtuale con iPhone o smartphone Android che sia, anche la comunicazione attraverso questi dispositivi ha una sua levigatezza, visto che è più facile e asettico cliccare un “like” o “condividi”, piuttosto che lasciare un commento, che presuppone una riflessione (cioè una sorta di resistenza) da entrambe le parti (contatto che scrive contatto che legge il commento). Riflessione come resistenza, nel senso che non ci si limita a registrare il bello, come dato di fatto, ma se ci si para davanti un ostacolo, nell’opera d’arte che stiamo ammirando, che può essere una piega, la posizione di un arto, o un verso poco chiaro, se si sta leggendo una poesia, si accende il senso critico, che porta con sé un pensiero, una riflessione appunto. Secondo Koons, autore di sculture senza spigoli ma dai bordi totalmente arrotondati, su cui lo sguardo scivola senza incagli, “Occorre abbracciare l’osservatore. Niente deve scuoterlo, ferirlo o spaventarlo. L’arte non è altro che bellezza, gioia”. Un bello, insomma, che suscita addirittura la voglia di toccare quell’opera d’arte, per soddisfare l’impulso aptico (il tastare). Ma “un giudizio estetico presuppone invece una distanza contemplativa”…

Byung-chul Han, filosofo sudcoreano trapiantato in Germania, affronta il bello utilizzando termini di paragone tra loro apparentemente inavvicinabili, ma che in realtà rendono perfettamente il concetto di levigatezza, nel senso più ampio. Da un oggetto di design, da una scultura alla pelle morbida post depilazione integrale, tutto ciò che sollecita il senso tattile oggi lo si definisce bello, confondendo però il piacere col giudizio estetico, il piacevole col bello. Trasportando questo concetto in un altro campo, per esempio in poesia, diremo che la levigatezza è data da un andamento piano, senza particolari cambi di registro, senza scossoni e con un linguaggio “immediatamente assimilabile”. Proprio l’immediatamente assimilabile non solo ci riporta alla levigatezza, per la sua assenza di ostacoli alla comprensione, qualcosa che ci ferma, che non capiamo e che ci fa riflettere (Han la chiama negatività), ma ci introduce anche ad un altro aspetto del bello e cioè il velamento: ”Bello è l’oggetto nel suo velo, nel suo velamento, nel suo nascondiglio. L’oggetto bello resta tale solo se velato”. Citando poi Walter Benjamin, “Disvelato, esso si rivelerebbe infinitamente inappariscente”. Non solo un saggio sulla bellezza ma anche una difesa della negatività, del “difficile”, perché il sapere non è avere tante informazioni, che in fondo non sono altro che dati (e Han è molto critico verso il datismo che affligge la società) ma avere delle difficoltà di comprensione, delle resistenze che necessitano di un processo per essere superate e risolte. Nella società del close-up, del primo piano, in ultima analisi dell’apparire, del selfie, è scomparso lo sfondo, il dietro. Riprendendo l’etimologia latina di faccia, che significa facciata, il filosofo asiatico spiega come, nel selfie, il volto “viene levigato a faccia”, perdendo profondità, diventando una facciata, appunto, una mera informazione. Qualcosa di vuoto, forse un vuoto a perdere.



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