La scacchiera di Auschwitz

La scacchiera di Auschwitz
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Polonia, 1944. Paul Messner è stato appena trasferito al campo di concentramento di Monowitz (uno dei tre principali che formano il complesso di Auschwitz) per via della sua invalidità. Ha combattuto per la sua Germania. Ora ha una gamba mancante e deve occuparsi della “produttività” dei prigionieri del campo. Comprende subito che l’aria che tira a Monowitz è completamente diversa da tutto ciò che ha mai visto o provato. È come se fosse entrato in un universo parallelo con proprie regole di cui fa fatica a comprendere il senso. Gli è stato chiesto di trovare un modo di aggregare le SS, in modo che la sera possano divagarsi. Perché non pensare dunque ad un circolo di scacchi? Non è forse questo uno sport che può aggregare le truppe, creare un clima famigliare e distendere gli animi degli ufficiali durante quei giorni così tormentati? L’esperimento funziona. Molti ufficiali partecipano di buon grado. Ben presto si sparge la voce che nel campo, tra gli ebrei, ci sia un giocatore imbattibile: l’Orologiaio. Nessun ebreo può essere più intelligente di un tedesco. Messner prende sotto la sua ala protettiva l’Orologiaio, fa in modo che nessuno gli faccia del male, che le partite che l’uomo deve affrontare contro gli ufficiali tedeschi non siano scorrette per via della pressione psicologica che l’Orologiaio deve subire di continuo. Ogni singola partita è una sfida al destino, una speranza di vita, l’unico modo rimasto per sopravvivere…

Affrontare il tema della Shoah e descrivere la vita nei campi di concentramento senza cadere nel già detto, nella “banalità” della consuetudine è una prova davvero ardua vista la mole di romanzi che hanno utilizzato questa terribile pagina della storia mondiale. John Donoghue, che prima di essere uno scrittore a tempo pieno si è occupato di salute mentale, è riuscito nella complicatissima impresa di ambientare in quel contesto una storia di ampio respiro senza mai essere scontato. I suoi personaggi sono descritti a tutto tondo, sono pieni di dubbi, lacerati da una esperienza unica e terribile, continuano a vivere e tutte le volte che si voltano indietro sono letteralmente travolti da un passato che li schiaccia e toglie loro il sonno e il respiro. Si può davvero perdonare il proprio carnefice? Si può incontrarlo dopo vent’anni, guardarlo negli occhi, capire le ragioni altrui, far ascoltare le proprie e finalmente concedersi una seconda possibilità di vita? L’Orologiaio e Messner percorreranno assieme la strada dei ricordi: entrambi cambiati, entrambi sofferenti, diversi da quando si sono incontrati in quel campo di concentramento. E non c’è un happy ending ad attenderli: quello è riservato alle favole, la vita, nostro malgrado, non sempre ce lo regala. Eppure il perdono è l’unica arma che ci resta, al di la di ogni credo religioso, per mantenere la nostra serenità e la nostra dignità di esseri umani: bisogna trovare in se stessi quella forza. La scacchiera di Auschwitz è un romanzo che ci terrà incollati, pagina dopo pagina ed è una lettura dolorosa e necessaria: non perdiamo questa occasione.



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