La scatola di cuoio

La scatola di cuoio

Alla morte della zia Marta Fontiuzzi, quando si è trattato di raccogliere le briciole di un’enorme eredità, Antonio Forini – marito di Margherita, la diretta nipote della vedova – non ha avuto dubbi e ha scelto quella scatola di cuoio che aveva visto il giorno di Natale del lontano 1968. Zia Marta gli aveva detto che in quella scatola c’era un aggeggio che bastava accendere per far apparire cose strane. Era stata sufficiente quella frase ad infiammare la fantasia di Antonio che, anni dopo, invece di pensare alle case, ai terreni, ai soldi che interessavano agli altri eredi si è impossessato di quella scatola di cuoio e di legno “vissuto”. Antonio, un uomo magro, quasi calvo, curvo, lenti spesse da miope, strampalato è un uomo che “fra centomila lire e un portachiavi di metallo, sceglie il portachiavi, senza pensarci due volte”. Non gli importa che la moglie lo ricopra di insulti, quella scatola deve essere sua. Zia Marta aveva ereditato ogni cosa alla morte di Don Pantaleo il prete, zio del marito Giuseppe, al quale era stata data in moglie. Il prete, arrivato in questo paese immobile non si sa bene né quando né da dove, abitava in una casona circondata da un mistero che aveva contribuito a fomentare voci in merito a riti, orge e perversioni varie, mentre in realtà si tenevano cene sontuose con personaggi autorevoli, rigorosamente tutti uomini, quali il notaio Delilli, ospite fisso alle cene del sabato serviti da Lina e Onofrio, i due domestici. Don Pantaleo entrava in azione sin dalle dieci di mattina per preparare un piatto tenerissimo (u cutturidd) con pecora, cicorielle, pomodori e altre prelibatezze, cucinando tutto a fuoco lentissimo accompagnandole poi a tavola con i migliori formaggi, il vino più buono e la soppressata più saporita. Tutto cambia però quando Don Pantaleo muore e lascia in eredità tutti i suoi averi…

San Clemente, paese inesistente della Basilicata, diventa il luogo immaginario in cui viene ambientata tutta la storia, a partire dalla fine degli anni ’50. Attraverso la narrazione Spinelli ha descritto vizi e virtù appartenenti a gran parte degli esseri umani. Donna Marta fra tutti incarna l’essere umano avido di beni nascosto sotto la maschera di una fede saldissima. L’invidia e i pettegolezzi ricamano sulle vite dei personaggi. Una favola nera e grottesca in cui regnano i sentimenti più bassi delle persone. Una storia di cupidigia, volontà di accaparrarsi ogni bene da parte di tutti i protagonisti del romanzo. Gianni Spinelli, giornalista professionista, già vice caporedattore de “La Gazzetta del Mezzogiorno”, ha scritto per “Guerin Sportivo”, “Il Giorno”, “Corriere della Sera”, “Avvenire”, “Meridiani” e “Geo”. Attualmente collabora con “Donna Moderna” ed è editorialista del “Corriere del Mezzogiorno”. In un’intervista ha raccontato che l’idea del libro è nata da un incontro con un tipo strambo che aveva ricevuto in eredità una scatola di cuoio con dentro un aggeggio, proprio come quella finita, anni dopo, nel suo romanzo. E la scatola è e rimane al centro della narrazione diventando metafora di tutto ciò che si ignora, che è pieno di mistero e di suggestioni.



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