La scomparsa di Josef Mengele

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Helmut Gregor, meccanico altoatesino. Questo dichiara il suo documento della Croce Rossa Internazionale. Si è imbarcato sulla “North King” a Genova per sbarcare tre settimane dopo a Buenos Aires. Stringe le sue due valigie mentre attende alla dogana la motovedetta che ha pagato fior di quattrini al suo intermediario tedesco ma che ancora non si è vista. Aspetta in mezzo a una folla di tedeschi, italiani, ebrei. Tutta la variegata “Europa in esilio” in terra argentina. Sono passati quattro anni ormai dalla fuga dal confine polacco. Si è nascosto in Baviera e poi in Italia. Lì era Fritz Hollmann, manovale in una fattoria. Ai controlli una delle valigie, la più piccola, desta sospetti. È piena di appunti, siringhe, campioni di sangue: i preziosi esiti delle sue ricerche, quel che resta di quando sondava i misteri dell’eugenetica, col suo personale zoo di cavie umane; quando il suo vero nome, Josef Mengele, incuteva all’istante terrore e soggezione. Il doganiere svogliato gli crede quando Gregor si dichiara biologo dilettante, lo lascia entrare. È il 22 giugno 1949, Mengele finalmente mette piede in Argentina. Di Malbranc, il suo contatto, nemmeno l’ombra. La prima notte condivide con due calabresi una stanzetta spoglia all’Hotel Palermo. Il giorno dopo si metterà all’opera, cercherà di contattare Schlottman, un amico potente che potrà aiutarlo a trovare un lavoro e una sistemazione decenti…

Il francese Olivier Guez, giornalista, autore di reportage e saggi storico-politici, sceneggiatore premiato nel 2016 per la pellicola Lo Stato contro Fritz Bauer, conferma il suo talento di romanziere con La scomparsa di Josef Mengele, che gli è valso il prestigioso Prix Renaudot e un enorme successo in suolo patrio. Non è la prima volta che Guez rivolge la sua attenzione al mondo del dopoguerra, centrale nella sua ricca produzione. In questo romanzo immaginazione, passione per la Storia e lucido piglio saggistico si fondono per riempire le numerose zone d’ombra della latitanza di uno dei nomi più lugubri e famosi – per i peggiori motivi possibili – della storia contemporanea. L’Angelo della morte, il dottor morte, lo “zio” delle sue piccole cavie umane. Guez restituisce un ritratto amaramente plausibile e non di rado nauseante di Josef Mengele, tratteggiando pensieri, comportamenti, ricordi, manie, incubi di un uomo dal “cuore atrofizzato”. Ne ricostruisce la fuga in America Latina, braccato, costretto ad una diffidente solitudine eppure sempre saldo nelle sue perverse convinzioni, non mancando di restituire con minuzia di dettagli il contesto storico-geografico: i luoghi toccati durante la fuga, dai tumulti di Buenos Aires alle brulle colline della Patagonia; il ruolo non trascurabile dell’Argentina di Perón, “il grande straccivendolo”, nel dopoguerra; il grottesco teatrino dei nazisti “da salotto”, la silenziosa e costante protezione della famiglia Mengele; la tardiva scoperta degli orrori del Reich con i grandi processi e l’apertura della (non sempre convinta e convincente) caccia ai nazisti. A tratti si affaccia il ricordo delle efferatezze del dottore, ed ecco che si rivela una verità necessaria e terribile. Dietro al “demonio” Mengele si nasconde un uomo, un uomo apparentemente comune che ha saputo perpetrare il male con agghiacciante leggerezza e opportunismo. È in questa “mediocrità del male”, secondo la definizione dell’autore stesso, territorio nebuloso e delicato, che Guez si muove con maestria e sangue freddo, affidando la “discesa agli inferi” di Mengele (da pascià a ratto a fantasma: così l’autore titola le tre parti del libro) ad un narrato secco, asciutto, impietoso. Un singolare, interessante tassello che va ad aggiungersi alla sconfinata letteratura dedicata ad alcune delle pagine senza dubbio più buie della contemporaneità.

LEGGI L’INTERVISTA A OLIVIER GUEZ



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