La scoperta della lentezza

La scoperta della lentezza
John sostiene la corda, immobile, concentrato, ligio al suo compito, eppure percepito dagli altri come inebetito. La feroce frenesia degli amichetti che abili, agili e veloci giocano a palla, le impercettibili beccate di un pollo, urla incomprensibili, insulti, scappellotti lo sballottano come una nave in tempesta; la corda cade, John rimane da solo ad osservare le lapidi, simulacri inamovibili tra i quali sentirsi vivo. Ma la passività di John rifugge la stupidità, la natura onnicomprensiva dei suoi pensieri non gli consente di arraffare l’arraffabile; quello che per tutti è afferrabile ma ineffabile, per John è postulabile ma inafferrabile. E quando la lentezza ti rende bersaglio delle angherie di una collettività incalzante, non ti resta che cercare un luogo dove lasciar scorrere senza disturbo la tua unicità, un ecosistema dove la lentezza è il carburante principale alla sopravvivenza, dove l’ascolto dei segni della natura è fonte primaria di sostentamento, di orientamento, di indottrinamento: il mare. Ma nei primi anni del 1800 in Inghilterra ci sono solo due modi per navigare, la guerra o le rare spedizioni esplorative o commerciali (dove però basta un segnale mal interpretato per trovarsi lo stesso in guerra). John si sente più un esploratore che un soldato, ma dovrà passare lo stesso attraverso la battaglia, dove riuscirà comunque a far valere le sue doti innate, non perdendo mai la testa nei momenti più difficili. Così da allievo, diventerà guardiamarina, poi addetto alle segnalazioni, poi capitano e poi comandante di un’intera spedizione, fino all’inseguimento di un sogno, trovare il passaggio a Nord-Ovest…
Gli appassionati delle gesta di Roald Amundsen piuttosto che di Ernest Henry Shackleton non si aspettino di leggere un libro di cronaca serrata sulla vita di John Franklyn. Sebbene questo coinvolgente romanzo di Sten Nadolny sia ricco di riferimenti storici sulla figura e le imprese del celebre esploratore artico, resta pur sempre un prodotto "liberamente ispirato". Non a caso, John è leggendario anche da bambino; è unicità nell’inconsapevole caos della quotidianità; è disciplina, pazienza e determinazione. Mirabile,dunque, la prima parte della narrazione, quella preparatoria agli orizzonti di gloria di un uomo illuminato, che pur dopo aver raggiunto lo splendore di una popolarità universale, non scivolerà mai nell’autocelebrazione. Già, perché (sbagliando) si vorrebbe che un navigatore in grado di dominare il mar artico sia il massimo dell’antropocentrismo; invece John ci ricorda che siamo pur sempre parte di un cosmo, che la natura va rispettata, studiata, interpretata, anche a costo di essere funamboli della percettibilità di segni nefasti. Qualcuno avrebbe detto che essere lento non è rock, ma lo spirito progressista di John (quello capace di riconoscere agli indigeni, agli indiani e agli esquimesi intelligenza, dignità e riconoscenza), associato a quel coraggio di sembrare stupido fino a diventare intelligente, lo rendono rock, molto rock.

 

 

 

 
 
 
 
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