La scrittura non si insegna

La scrittura non si insegna

Da diversi decenni anche in Italia sono nate le cosiddette scuole di scrittura (rinomate e non, talvolta costosissime e inutili, in grado di sfornare più che autori degli autentici droidi protocollari). Il modello americano pare evidente, poiché è proprio Oltreoceano che il concetto di creative writing ha preso piede. Si può dire che le prime scuole abbiano visto la luce circa trent’anni fa, traendo ragione d’esistere proprio dalle omologhe realtà statunitensi. Di conseguenza pure il dibattito attorno ad esse è ormai vecchio di trent’anni. A tal proposito si possono citare una sequela di autori di grido che esprimevano giudizi tranchant rispetto alle scuole: per Giovanni Raboni è forse possibile consigliare l’autore e indirizzare il suo ingegno secondo alcune regole, ma “la scrittura nasce proprio dalla trasgressione di queste regole”. Un altro scrittore e intellettuale come Mario Soldati, la cui attenzione era spesso rivolta al fermento culturale nordamericano, sostiene che non si può insegnare nulla, ed “è molto più importante leggere dieci, cento, mille libri, insomma tutta la letteratura, e se uno non impara così, vuol dire che è negato”. Luigi Malerba, sempre in maniera molto tagliente, arriva a dire che servirebbero scuole di lettura, non di scrittura…

La scrittura non si insegna è un titolo provocatorio, ma funge allo stesso tempo da blurb, manifesto e slogan. Un sospetto potrebbe affiorare nei lettori: ma come, Vanni Santoni non tiene svariati corsi di scrittura? E come mai ora si è reso conto che la scrittura non si insegna? O truffa i suoi corsisti o i lettori di questo manualetto, delle due l’una. In realtà non c’è nessun inganno, perché i seguitissimi corsi di Santoni si basano sulle stesse premesse del pamphlet edito da minimum fax, i comandamenti sono i medesimi e gli stessi sono pure i caveat che rivolge a chi aspiri a una carriera nel mondo della letteratura. Innanzitutto la scrittura è un’attività che richiede fatica e bisogna leggere moltissimo, altrimenti come puoi sperare di scrivere? Chi è che si sognerebbe di voler fare il regista senza aver mai visto i capolavori di Welles, Fellini, Kubrick o Scorsese? Per quel che riguarda la scrittura pare invece diffusa la convinzione, per una sorta di innatismo imperante, che il talento sia un dono frutto di circostanze fortunate, genetica e ispirazione divina, e non di letture oculate, profonde ed esercizio continuo. Il primo pilastro del dogma santoniano è la cosiddetta “dieta”, dove l’apporto proteico viene misurato in pagine. La dieta è quindi lo stretto necessario per alimentare la propria conoscenza della parola e della scrittura. Il listone acromegalico comprende autori del calibro di Proust, Joyce, Bolaño, DeLillo, Dostoevskij, Faulkner… Quella di Santoni non è una semplice lista dei capolavori irrinunciabili, o dei libri più belli e influenti di sempre (a questo proposito basterebbero forse un paio di titoli come Ulisse, Alla ricerca del tempo perduto e L’arcobaleno della gravità), si tratta invece delle letture necessarie per chiunque abbia ambizioni artistiche. Il concetto che sta alla base dell’agile pamphlet, insomma, è che un lettore (che si tratti di un neofita o di un “lettore forte” cambia poco) e uno scrittore o aspirante tale devono leggere in maniera completamente differente. Si badi, la lettura di Cartarescu, David Foster Wallace e Pynchon non è consigliata perché esempio di perfezione, ma anzi perché tutti questi “mattoni” non sono perfetti, non sono perle o diamanti, ma per la difficoltà intrinseca possono aiutare il novellino ad “aprire i polmoni”. Ci si potrebbe chiedere: il listone è rigido e dogmatico? Non del tutto, perché l’autore propone un’ipotesi di listone per chi voglia scrivere solo fantasy, arricchisce di autrici e di “raccontisti” (Jane Austen, Alice Munro o Margaret Atwood; Cechov e Borges), dà largo spazio ad autori italiani imprescindibili (Curzio Malaparte, Svevo, De Roberto, ma anche Buzzati, Bianciardi, Bufalino). In definitiva, la cosa che uno scrittore o aspirante impara strada facendo è costruirsi delle sue liste in base al suo obiettivo di scrittura in un particolare momento. La base, però, per Santoni è necessariamente quella. Talvolta potrebbero servire degli anni per leggere tutto, ma poi viene il momento di scrivere, e là serve la disciplina ferrea, quell’obbligarsi a un numero di battute e cartelle al giorno che diventa vitale per comprendere la complessità dell’impegno e la fatica di mettersi ogni giorno di fronte al foglio vuoto. L’unico accorgimento è quello di smettere quando si sa già come iniziare il giorno seguente. Santoni mette mano alla sua personale “cassetta degli attrezzi” (per usare la terminologia del guru Stephen King) e spiega cosa NON fare: usare cliché abusati (con passo deciso, scorrere a fiumi, lamiere contorte e altre mirabilie che i manoscrittari disseminano ancora qua e là), scrivere cose noiose e non necessarie (anche questo potrebbe apparire banale come consiglio, ma non lo è affatto), esagerare con l’editing o anticiparlo troppo, così che il testo si coagula fino a perdere di malleabilità. L’altro caposaldo che è ben noto a chi conosce Vanni Santoni e il suo lavoro di editor è la necessità di confrontarsi col campo editoriale: far circolare il proprio nome, scrivere su riviste letterarie e blog, collezionare magari rifiuti e batoste, occuparsi sia di critica che di proprio materiale narrativo, esercitarsi nelle revisioni, fondare ex novo riviste. Tutto è utile, perché le case editrici - soprattutto quelle piccole, indipendenti e che ambiscono ad avere un catalogo di qualità - fanno scouting e scandagliano le palestre e i dojo del litweb. Chi legge molto e bene e si confronta con gli altri attraverso la pubblicazione su riviste (anche queste vengono elencate, anche se la lista è fortemente limitata per ragioni di spazio) dovrebbe avere trovato il Graal per la pubblicazione del romanzo che ha nel cassetto, che è quello che tutti cercano in qualsiasi corso di scrittura.



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