La scrittura o la vita

Sandro Veronesi difficilmente nomina nei libri le piazze e le strade di Prato, la sua città. Qui ha vissuto con la sua famiglia, ha visto morire i suoi genitori. Qui ha cominciato a scrivere mentre per i suoi amici era “Permanent Vacation”, quello perennemente in ferie. Ma sono anche altre le cose che evita di menzionare, per pudore o per ritegno. Dolori privati, momenti che lo hanno segnato, come la scomparsa di suo padre. Li trasforma in altro, li plasma attraverso metafore. Lui, che nella vita ha fatto di tutto per evitare ogni tipo di errore, per cercare di essere sempre quella persona affidabile che avrebbe voluto rappresentare per gli altri, per i suoi figli in primis. Perché si rende conto che è difficile, che basta un piccolo passo fallace per passare di là, dalla parte di chi sbaglia, dalla parte “dei disgraziati”… Michele Mari da bambino non guardava la Tv. I suoi genitori non la volevano in casa. La sua realtà quindi era fatta da libri, Conrad, Stevenson, Melville, Poe: a tredici anni aveva già letto praticamente tutta la loro bibliografia. Suo padre era uno dei nomi più celebri del design italiano, Enzo Mari. Da sua madre, Iela Mari, anche lei designer, si separò presto. Lei, una donna geniale e profonda, che ha vissuto gli ultimi anni attanagliata da una terribile depressione che l’ha trasformata in un “ultracorpo” come Michele la definiva. Ci sono aspetti dei loro caratteri che Michele non vorrebbe avere ma che si sente addosso, i Mari sono tutti “molto autocentrati, molto statici, poco duttili”. Ma è la letteratura che gli ha permesso di recuperare la madre, è la letteratura, sua compagna di vita, a fornirgli sempre le risposte, a regalargli delle rivalse inaspettate, perché “tutto è letteratura e la letteratura crea la vita”… Napoli è la città che ama, la città dove ha scelto di vivere, venuta via dal salernitano dove era cresciuta. È la città che l’ha vista diventare una scrittrice nota e apprezzata. Valeria Parrella ha cominciato a scrivere a sei anni, una poesia natalizia. Uno dei suoi primi ricordi letterari è una trilogia di Liala, e un titolo, che le rimase impresso per anni, “Lalla che torna”, tant’è che continuò per un sacco di tempo a immaginarsi non storie ma titoli, appunto. Mai recensione migliore c’è stata per lei, che quell’sms di sua madre. E forse una vera scrittrice si è sentita solo quando i suoi volumi sono finiti nella libreria di famiglia costruita con tanto sacrificio dai suoi genitori. Perché “diventi scrittore nel momento in cui stai nel posto in cui volevi stare”…

Dieci scrittori. Non scelti casualmente ma “vicini alla mia idea di vocazione e anche disposti a spiegarla, a raccontare di questo mestiere che è il loro padrone e a individuare il momento in cui sono riusciti a dire: ‘Io sono uno scrittore’, spiega l’autrice stessa a inizio del volume. Il risultato è un viaggio nell’atto profondo di scrivere, nella letteratura come stella polare dell’esistenza, vocazione insopprimibile. A guidarci è Annalena Benini, che di libri e scrittori si occupa da tempo da giornalista, curando per “il Foglio” l’inserto settimanale “il Figlio”. Gli autori in questione sono Sandro Veronesi, Michele Mari, Valeria Parrella, Domenico Starnone, Francesco Piccolo, Patrizia Cavalli, Edoardo Albinati, Melania Mazzucco, Alessandro Piperno, Walter Siti. Al termine un elenco di trenta libri, che hanno segnato la vita e l’opera di questi autori, in modalità tutte diverse, un elenco “illogico”, senza un fil rouge preciso, segnato più che altro dall’emotività. “Dagli altri voglio sapere come si cammina con il fuoco dentro, voglio riconoscere quel fuoco, e anche l’unicità della vocazione, contare le cose infrante lasciate per terra, e voglio – questa è la parte più patetica – che il fuoco degli altri faccia continuamente divampare il mio”, scrive la Benini. “La scrittura e la vita” è un lavoro importante per chi di libri scrive e i libri analizza, ripercorre, studia. E chi scrive di libri non può che aver già letto, incontrato e conosciuto Annalena Benini, nelle sue descrizioni vivide, nel suo modo tutto suo di raccontare la letteratura così come le storie del suo quotidiano, sfuggendo a un giornalismo culturale talvolta troppo elitario e preconcetto, con uno stile personale e segnante. Questo libro ci porta dentro la genesi dell’opera letteraria in maniera molto moderna e intimista. Il titolo spiega tutto, il rapporto tra vissuto e scrittura è l’asse portante invisibile del racconto che fanno di sé e del loro lavoro questi dieci autori: il modo in cui parte delle loro biografie entra nella loro opera letteraria, o piuttosto non entra, o ancora traspare in modo più o meno marcato, tutto questo è presente senza essere raccontato e spiegato direttamente dai protagonisti. “È la verità, ed è anche per questo che non ho mai chiesto agli scrittori: Sei proprio tu nel libro? è successo a te, è la tua storia? Perché l’unica verità è quella delle parole scritte. Lì dentro c’è il fuoco acceso, c’è la pietra, c’è tutto. Anche la scelta fra la scrittura o la vita”. È la verità, insomma, quella che la Benini riesce a tirar fuori da lunghe interviste condotte di persona con questi scrittori italiani. A casa loro, in spiaggia: conversazioni vis a vis che al lettore sembra di vivere da vicino, catapultato quasi nella quotidianità di tutti quanti loro. Una bella indagine di quello che è “un mestiere abbastanza difficile, lo vedete, ma il più bello che ci sia al mondo. I giorni e i casi della nostra vita, i giorni e i casi della vita degli altri a cui assistiamo, letture e immagini e pensieri e discorsi, lo saziano e cresce in noi. È un mestiere che si nutre anche di cose orribili, mangia il meglio e il peggio della nostra vita, i nostri sentimenti cattivi come i sentimenti buoni fluiscono nel suo sangue. Si nutre e cresce in noi”.

 


 

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