La scuola dei disoccupati

La scuola dei disoccupati
"Il nulla in una vita è sempre perdonabile, ma solo nella vita reale, non in un curriculum vitae. Non in un curriculum vitae!". 2016, Germania. In una fabbrica di autoradio dismessa di un ex distretto industriale della provincia tedesca da qualche anno il governo ha creato SPHERICON, un campus full-time per disoccupati, ma non chiamamoli così, meglio trainees. Un lager? Non scherziamo. Piuttosto una School of Life (sì, i corsi sono tutti rigorosamente anche in Inglese, senza la conoscenza delle lingue farsi largo è un'utopia, questo si sa), che guida a un'esistenza del tutto nuova, a "un nuovo inizio". Tre mesi in uniforme scura, lontani dalla famiglia, isolati dal mondo, telefonini spenti fino alle 22, tolleranza zero per l'autocommiserazione, ore e ore di lezioni tutto il giorno, improntate alla scuola manageriale più estrema. Le vite dei trainees vengono demolite, le loro debolezze e lacune messe a nudo spietatamente, lo scopo è inserirsi nel mondo del lavoro costi quel che costi, anche telefonando alle aziende nelle quali lavoravano i morti proponendosi in loro sostituzione, per esempio. Subito, senza condizioni. Perché ormai non è più il lavoro a braccare gli uomini, ma l'opposto: il vero lavoro non è più il lavoro in sé, ma cercare lavoro. "Un disoccupato non è un uomo senza lavoro. Al contrario. E' un uomo con un lavoro impareggiabilmente difficile, quello di cercare lavoro. La forma più ambiziosa di lavoro". Tanto che la trasmissione tv di maggior successo (e l'unica che a SPHERICON è permesso vedere) è Job Quest, un reality in cui i partecipanti devono cercare lavoro a colpi di annunci e mezzucci, e c'è un videogame, Job Attack, in cui si deve rubare il lavoro a chi ce l'ha già. Nel gruppo del severo istruttore Ansgar Fest, due disoccupati affrontano in mezzo agli altri il fatidico trimestre: il mite biologo Roland Bergmann e l'apatica amante dei libri Karla Meier. Due destini assai diversi li attendono alla fine del corso...
Tre righe e lo capisci subito, che Joachim Zelter, professore universitario e romanziere, è tedesco. Saranno pure luoghi comuni, ohibò, ma quella linearità plumbea, quell'elencare pignolo, lo stile scarno, l'ironia tagliente parlano chiaro. Avaro di aggettivi e di dialoghi, quasi immoto nella sua sostanziale assenza di azione, eppure fascinosissimo, La scuola dei disoccupati è un libro teso, emozionante, tanto gelido che brucia. Una favola allegorica? Un romanzo fantapolitico? Un'ucronia allucinante? Tutto questo, certo. E il grido d'accusa assolutamente, magnificamente controcorrente di un uomo che ritiene che la centralità del lavoro nell'esistenza sia una bugia. Una trappola. Un'arma. Un suicidio.

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER