La scuola giusta

La scuola giusta

Demonizzato, guardato con sospetto, tenuto a debita distanza, visto come un’entità astratta e fuori dal tempo perché resiste al cambiamento; in alternativa può essere amato, celebrato come modello, considerato ancora come il non plus ultra nell’ambito formativo e ascensore sociale imprescindibile. Sono questi, fra gli altri, alcuni atteggiamenti che si possono tenere di fronte al liceo classico, splendida anomalia italiana che si percepisce come immutabile da decenni o addirittura secoli, come il covo di un classicismo stantio. Anche non volendo tessere un elogio del “classico”, si deve però tener presente che la polarizzazione fra odiatori e difensori è quasi sempre ingiustificata, e dunque bisogna mettere un po’ di ordine e affrontare la questione facendo cadere ogni dogmatismo. Si può ad esempio soppesare le opinioni e le accuse, passarle in rassegna e tenere conto dei valori in gioco. Chi vuole liquidare il liceo classico perché lo considera inadeguato ai tempi, in calo verticale di gradimento e iscrizioni, deve comprendere cosa si rischia di perdere, mentre i difensori a priori devono comprenderne le criticità, i limiti, le storture che non sempre derivano dal suo impianto antiquato, ma anzi dalle riforme spesso abbozzate e peggiorative dell’ordinamento italiano…

Federico Condello è un giovane ordinario di Filologia classica all’Alma Mater Studiorum di Bologna. Si può definire un classicista verace, anche perché ex studente e insegnante di liceo che oggi coordina il Centro studi «La permanenza del Classico» dell’Università dell’ateneo felsineo. Il tema affrontato in questo denso e appassionato saggio è di stringente attualità, se pensiamo che la politica a ogni governo che si avvicenda propone una “riforma organica” della scuola italiana. Non sono pochi gli strali di Condello all’indirizzo dei vari ministri: dall’eccessivamente mitizzato Giovanni Gentile fino a Luigi Berlinguer, la cui riforma inciampò nella caduta dell’esecutivo di cui faceva parte ma che ha lasciato strascichi come il 3+2 nelle università, ma ci sono bordate rivolte anche alle ministre Moratti (che continuò l’opera del predecessore di centrosinistra) e Gelmini. A ben vedere le più grosse novità sul piano di studi dei liceali le ha introdotte proprio il Governo Berlusconi IV, che col nuovo ordinamento iniziato nel 2010 e diplomatosi nel 2015 ha completato un primo ciclo di studenti. Questo, se vogliamo, è il primo punto di partenza per smontare la narrazione che vorrebbe descrivere i programmi dei licei classici come polverosi, ammuffiti e invecchiati male perché risalenti a un’epoca lontanissima. Sono tanti però i luoghi comuni che vengono messi in discussione dall’analisi lucida e puntuale di Condello: a partire dalle origini della parola “liceo”, nebulosa e che si rifà al bosco consacrato ad Apollo, non alla scuola di Aristotele che viene mostrata dalle guide di Atene anche se fisicamente non è mai esistita (si ricordi, infatti, che Aristotele era un meteco, ovvero uno straniero che non aveva diritto ad acquistare e vendere immobili e terreni), fino alle manipolazioni strumentali che il giornalismo italiano fa dei dati sulle iscrizioni ai licei (si passa in maniera schizofrenica da “boom di iscrizioni al classico” a titoli ad effetto di tenore opposto quando i numeri subiscono oscillazioni risibili). C’è una vera e propria cronistoria delle riforme dell’istruzione, e si mettono in evidenza i limiti e la scarsa visione prospettica dei veri ministri, con un’aggravante che ha fatto precipitare il prestigio del liceo classico: rimane di fatto una “paradossale convivenza” nello stesso sistema dei licei tradizionali – che hanno contorni sempre più netti – e di nuovi indirizzi sempre più sfocati.



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