La serva e il lottatore

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San Salvador, 1980. Tutti lo chiamano El Vikingo, perché molti anni fa era un lottatore molto bravo. Cattivo, ma pulito. Oggi è un poliziotto malato, che sputa sangue e che nessuno vuole portare più in missione. Ma l’allarme è alto e c’è il rischio di attentati ovunque da parte degli insurrezionalisti, perciò anche lui deve stare attento. Mentre gli altri macheteros tornano al Palazzo Nero, lui esce per strada con addosso il cappello da baseball e gli occhiali con la montatura cromata, per fumare un’altra sigaretta. Tanto, nessuno lo aspetta. María Elena, esile, dal naso ossuto e i capelli brizzolati, invece è una donna umile e che ha lavorato tutta una vita per sbarcare il lunario. Quando scende dall’autobus per andare a fare le pulizie in casa di Aberico e Brita sono le otto meno venti. Questo è il suo primo giorno di lavoro. Ma, arrivata nella loro dimora, la trova vuota, senza alcun messaggio per lei. Questo la mette in allarme e la preoccupa. Sono molte le persone che vengono portate via a forza dalla polizia e delle quali non si hanno più notizie. Per fortuna, sua figlia Belka ha un buon lavoro da infermiera e suo nipote Joselito le assicura che sta studiando sodo all’università e con i rivoltosi non ha nulla a che fare, anche se da qualche giorno fa ritorno a casa tardi e con poche parole in bocca. L’unico che, forse, può aiutarla a scoprire se e dove sia stata portata la coppia di giovani è El Vikingo, che non vede da anni e che in gioventù l’ha tanto corteggiata senza successo. Ma la ricerca del vecchio poliziotto la trascina in un vortice di violenze, attentati e agguati che finiranno per colpirla in prima persona e l’uomo che María Elena si trova davanti è un vecchio poliziotto moribondo, che dentro il corpo deve avere il demonio in persona. Ogni angolo della città promette morte e i poliziotti non hanno pietà nemmeno per una donna anziana come lei. Colpiscono in faccia, uccidono, torturano e seviziano, lasciando sui fuoristrada le scie di sangue dei corpi gettati nei dirupi…

Quando la letteratura racconta la realtà, senza fronzoli, diretta come uno schiaffo, anzi, come un pugno sul naso o un colpo alla tempia, ecco che nascono romanzi come questo. Libri che condannano l’autore a un esilio, prima in Germania e ora negli Stati Uniti, per evitare tragiche conseguenze. Perché il racconto della sanguinosa guerra civile salvadoregna che ha caratterizzato tutti gli anni ‘80 non si è ancora concluso. Horacio Catellanos Moya racconta con estrema lucidità e distacco gli avvenimenti, con un ritmo quasi didascalico, e lo fa senza risparmiarci nulla di ciò che accade. La violenza, la crudeltà, la sensazione angosciante di pericolo vengono fuori dalle pagine, parola dopo parola. E questo è spiazzante, perché leggendo si viene catturati dalla storia, colpiti dalla violenza che è simili ai thriller e ai noir che leggiamo avidamente e, quando poi ci rendiamo conto che questi sono fatti accaduti, che la gente moriva così per davvero, ecco che sentiamo la bile salire alla gola. Questo, il potere della narrativa di denuncia che, pur filtrando le informazioni attraverso una trama, ci informa e ci rende più consapevoli di ciò che è accaduto da qualche parte nel mondo e che probabilmente accade ancora. L’immensa pena che si prova per la povera María Elena non si può lenire con niente. Lei e El Vikingo sembrano simili. Fuori sono scorze di persone anziane, ma dentro la donna c’è la premura per gli altri e la cura delle persone, persino quelle che non lo meritano, mentre nel cuore dell’ex lottatore troverete solo sangue nero, egoismo e marciume. Non c’è speranza e neanche futuro per chi tocca il pericolo, per chi sceglie di stare contro. Belka, Joselito, quale sarà la loro sorte? Una vita finalmente felice o un colpo alla tempia?

 


 

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