La settima vittima

La settima vittima
Immaginate: un mondo senza guerre perché l'omicidio è legale purché si accetti, una volta sparato il colpo, di trasformarsi in vittima; uno scopo nella vita di ogni essere, celato da millenni di egoismo; una colonia arretrata, in attesa di un ispettore terrestre, che costringe un prescelto a delinquere per risultare più “umana” possibile; un'invasione aliena fallita a causa di un linguaggio troppo complesso da dominare; una corsa a ostacoli nel cuore di una New York-giungla per accaparrarsi uno degli ultimi brandelli di terreno libero; un'impresa di decontaminazione planetaria alle prese con gli incubi della propria infanzia, due esploratori spaziali in lotta contro un vento che soffia a 320 km/h. Immaginate: l'amore romantico, quello vero, assicurato da specialisti nella realizzazione di desideri; un reality show il cui set è il mondo e lo scopo portare a casa la pelle (unico aiuto, i cittadini); un rigattiere capace di vendervi un anno di vacanza nella vostra utopia personale al modico prezzo di dieci anni di vita; una guerra intergalattica giocata come una partita di scacchi, un avamposto militare di alieni mutaforma stregati da flora e fauna della Terra, una città intelligente, discreta e adorabile come una suocera o una moglie... in quei giorni. Benvenuti nei futuri...
Un gusto tipicamente retrò (i racconti sono degli anni '50 e '60) quello di Robert Sheckley, autore tostissimo e grande protagonista della collana Urania. Sardonico e lucido, affonda la penna, in tempi non sospetti, nell'umanità che sarebbe stata. Tra gli altri, se ne accorgono Elio Petri, Tonino Guerra e Ennio Flaiano: nel 1965 esce nelle sale La decima vittima con Ursula Andress e Marcello Mastroianni, pellicola onirica e straniante ispirata al racconto che dà il titolo alla raccolta. Dimenticate, anche se non del tutto, astronavi e raggi laser. Sheckley si schiera dalla parte di una fantascienza delle piccole cose, costantemente focalizzata sul microcosmico delle abitudini terrestri, spia e indizio di un'eventuale situazione globale, forse universale, la cui defininizione è demandata al lettore. Le “vittime” sono uomini e creature in guerra con il Tempo, tiranno a cui dare conto del rapporto con le tecnologie, della (ri)scoperta dell'altro e del confronto impietoso con la natura primordiale di un pianeta e di una specie. Il progresso ha risposto a domande imbarazzanti per il ventesimo secolo, lasciando il campo delle speculazioni a questioni diverse, terreni fertili per problemi etico-sociali nuovi, previsioni di là dal realizzarsi o profezie facenti già parte della vita di tutti i giorni: l'invasione del reality show, la tecnofilia degenerata in passività, l'antropocentrismo (soprattutto occidentale) come metro di misura del mondo. In maniera sibillina, ironica, intelligente, Sheckley racconta la quotidianeità (e non è colpa sua se nel terzo millennio è sinonimo di follia!) con lo scopo di suggerire qualcosa sul cosmico: un passo indietro, relativizzante, e uno sguardo attento sono i principali attori della rivoluzione-antidoto velatamente auspicata. Non ci sono esplicite ramanzine, ma non è un caso se, fatti salvi alcuni scenari  speranzosi, la maggiorparte dei what if...? ritraggono futuri desolanti: il rispetto per il pianeta, lontano dalla retorica sul menefreghismo contemporaneo, è tema foriero di stuzzicanti occasioni narrative, soprattutto quando l'indagine è condotta da popoli vissuti anni luce da noi e atterrati per un'avaria. La scrittura, agile e leggera, stumento consapevolmente (quasi) invisibile al servizio di coraggiosi esperimenti letterari, dimostra che la (buona) fantascienza è una questione di prospettiva, non quella disegnata dalle scie delle navi madri o dai raggi incandescenti di un fuoco d'artificio, piuttosto la parabola del profeta perfetto: il futuro non esiste, se non nell'immaginazione di chi vive il presente. E allora, immaginate.

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