La Sicilia spiegata agli eschimesi e a tutti gli altri

La Sicilia spiegata agli eschimesi e a tutti gli altri

Lei è giapponese, lui è siciliano, l’incontro avviene alla festa di Sant’Agata a Catania. Di qui inizia l’avventura nella Sicilia col Giappone in controluce: prendete gli arancini, per esempio, che a Palermo chiamano arancine, e scoprirete che essi non sono altro che il Musubi, ovvero riso ricoperto di pan grattato ovvero riso fritto di design. Ma se spiegare l’arancino paragonandolo al Musubi può essere comprensibile per una Giapponese, assai più difficile è comprendere alcuni di quei falsi miti o false certezze che riempiono la bocca di quanti usano parlare di Sicilia come fosse qualcosa di scontato e ovvio: dire che esiste una Sicilia occidentale ed una orientale, ad esempio, è tanto falso quanto offensivo per la “vera” Sicilia: quella che gravita intorno all’Etna. Eh già, perché è difficile spiegare ad un eschimese, o ad una giapponese e a tutti gli altri, cosa significhi “Sicilia” per un Palermitano e come si declini lo stesso nome geografico nella testa di un catanese. Intanto, a Palermo non ci sono mai stati i Greci, e senza la tragedia greca (avete mai visto un teatro greco a Palermo?) non si può essere siciliani veri. Così come non si è siciliani veri senza sapere che il barocco, che esiste senza dover necessariamente essere una “splendida cornice”, è quello di Noto non di Palermo. E il Grand Tour: questa solenne minchiata inventata dai tedeschi, convinti di dover riscoprire il classico e la memoria a casa dei classici, perfettamente memori della loro storia! E con questa mania di restaurare la classicità e la storia – e quando queste dovessero mancare ci si inventa leggende per recuperare profondità ad ogni cosa o evento di Sicilia – perfino lo splendido cannolo siciliano è stato “interpretato” in una dimensione diacronica: lontane origini latine o arabe sono state vagliate approfonditamente. E invece, lo splendido cannolo siciliano è semplicemente una goliardica popolare metafora sessuale: lo scettro del Re, la verga di Mosé, gioia delle donne, chi lo disprezza è perché è cornuto. La piccola guida turistica della Sicilia per Giapponesi, Eschimesi ed altri non può non chiudersi con una massima di evidente serietà: “Se vuoi scoprire qualcosa in Sicilia, cerca di scoprire perché il tesoro sta in Sicilia e non altrove”…

Un libercolo irriverente e iconoclasta, seriamente divertente e brillante, che spiega la Sicilia (e la sicilitudine) in una chiave assolutamente ironica e dissacratoria, facendo leva su quei campanilismi (Palermo vs. Catania) che solo un siciliano conosce bene, a partire dalla contesa sugli arancini e il loro genere. Scritta in un linguaggio fresco e semplice – senza contorcimenti di falso dialettismo e senza pretese di alta letterarietà – questa inusuale guida alle cose, agli uomini e ai luoghi di Sicilia conduce per mano il lettore, senza appesantimenti, all’interpretazione scanzonata e sorridente di un’isola che è sole ed ombra, commedia e tragedia, realtà e finzione, storia e presente: il tesoro di Sicilia.



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