La signora Dalloway

La signora Dalloway

Un mattino a Londra. Clarissa Dalloway, una signora borghese, si accinge a  preparare un party per la sera stessa e decide di andare a comprare i fiori,  incamminandosi così in una Londra dai mille stimoli, dai mille colori e dai mille suoni. Una Londra in cui tutta la vita di Clarissa, presente e passata, pare rispecchiarsi e rifrangersi all’infinito. A Londra, insieme ad altri personaggi, c’è anche Septimus Warren Smith, un reduce di guerra, vittima di stress post-traumatico e dunque mentalmente instabile. Septimus e Clarissa non si conoscono, né si incontrano, ma i loro percorsi si intrecciano all’interno dello spazio metropolitano. Entrambi vivono la città e “nella” città, la guardano con occhi ovviamente diversi ma dotati dello stesso acume osservativo. Mentre Clarissa – incontrando anche il suo amante del passato Peter Walsch –  si abbandona a flussi di coscienza e di ricordi che riportano lucidamente in superficie tutte le esperienze più dirompenti del suo passato, Septimus (insieme alla moglie italiana Rezia) vede un medico, riflette, e vive flussi di coscienza allucinatori e distorti (ma non certo privi di lucidità), il cui esito sarà il suicidio. I due si incontrano virtualmente proprio al party di Clarissa, quando quest’ultima apprende la notizia del suicidio e si rifugia in una stanza a meditare…

Pubblicato nel 1925, Mrs Dalloway è indubbiamente uno dei capolavori del modernismo europeo, un’opera radicalmente rivoluzionaria sia per i temi trattati sia per lo stile innovativo, uno stile che ha influenzato e arricchito tutta la letteratura successiva. L’azione esteriore descritta è esigua e la sua durata cronologica è quella di un giorno soltanto, ma una miriade di eventi e di immagini e di flussi all’interno delle coscienze dei personaggi vanno a costituire una narrativa molto più complessa e stratificata, suggerendo l’insondabile e incommensurabile vita interiore dei personaggi stessi. Questi sono  ricreati attraverso tecniche innovative che vanno a districare quel groviglio di pensieri e di immagini che si agita all’interno della mente umana, sia a livello conscio che inconscio, sia a livello razionale che irrazionale.  Per raggiungere tale scopo, Woolf adotta uno stile lirico e insieme ipnotico e martellante, utilizza una prosa che sfrutta tutti gli elementi della poesia, le sue figure retoriche, il fonosimbolismo, un ritmo più o meno cadenzato, o più o meno scorrevole, a seconda dei temi e della forza del flusso di coscienza che mira a riprodurre. Un libro, come tutti quelli sperimentali del Modernismo che si presta davvero poco a una qualsiasi traduzione, poiché ognuna di esse, anche la migliore (se mai esistesse), si vede per forza costretta a tradire il ritmo e i suoni dell’originale. Dopo le traduzioni di Pier Francesco Paolini e di Nadia Fusini degli anni ‘90 (che seguivano la prima di Alessandra Scalero del 1946!), abbiamo ora  sia la traduzione di Anna Nadotti per Einaudi sia la presente di Marisa Sestito per Marsilio. Si tratta di due libri alquanto diversi che, partendo da diverse premesse circa l’opera e lo stile di Woolf, scelgono strade diverse e approdano a risultati altrettanto diversi. Quella di Sestito segue molto da vicino la sintassi inglese, risultando talvolta più macchinosa ma aderente alla struttura originale. Quella di Nadotti, invece, cerca di ricreare soprattutto il ritmo della scrittura, la musicalità del testo e il suo dinamismo visivo e sonoro attraverso scelte coraggiose che deviano nella struttura ma non nel significato originale. Due approcci divergenti che ci permettono di avvicinarci al romanzo con occhi diversi rispetto alla sua ricchezza e alla sua dignità di classico senza tempo.


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