La signora della lampada

La signora della lampada
C’è un’inquietudine profonda che arde in Florence, un’irrequietezza precoce che la sua vita piena di ricchezze viaggi e privilegi non placa, anzi acuisce, facendone una sorta di uccello chiuso in gabbia – per quanto dorata. Il fatto è che lei, graziosa ereditiera inglese dal destino apparentemente segnato (cosa mai ci si poteva aspettare, a metà Ottocento, da una ricca donna come lei se non un matrimonio congruo e qualche pargolo cui trasmettere il patrimonio?), ha ben altri progetti di vita. Sorretta da una fede vivida e impavida, è per una sorta di “chiamata divina” che la giovane Florence decide di votarsi alla cura dei malati, e poco importa che la sua famiglia la osteggi pervicacemente: malgrado l’apparenza fragile, la fanciulla sfodera determinazione da vendere e non retrocede d’un passo, granitica, pervasa da un amore per il sacrificio simile a quello dei santi, pronta a rinunciare senza una piega ai sentimenti – niente marito, niente figli – pur di non essere distratta dalla sua missione di assistenza e conforto. L’avrà vinta lei, la tenace Florence Nightingale – e, per questo, passerà alla storia…
Una donna della buona società inglese del primo Ottocento, un tipo coriaceo e anticonformista malgrado la gonna a campana e le leziosità dell’ambiente in cui era nata e cresciuta, un’utopista, una femminista ante-litteram, una rivoluzionaria che passò in un letto gli ultimi quarant’anni della sua vita, afflitta da un’inspiegabile malattia (qualcosa di molto simile alla sindrome da stanchezza cronica): se Florence Nightingale non avesse aperto gli occhi sul mondo nel lontano 1820, se non avesse davvero mandato al diavolo un’esistenza protetta e privilegiata per occuparsi dell’assistenza ai malati, dando al contempo nuova dignità al mestiere dell’infermiera (considerato, prima del suo avvento risanatore, infamante e degradante, buono per donne dalla dubbia moralità), beh, allora solo un romanziere avrebbe potuto immaginare un’eroina tanto complessa moderna e piena di ombre come lei. Non stupisce, dunque, che Gilbert Sinoué, apprezzato scrittore francese di origini arabe, noto anche in Italia per i suoi romanzi a sfondo storico, si sia dedicato alle imprese della impavida Florence, infermiera di due secoli fa. Per raccontarne la vita, sceglie una forma ibrida, a metà tra il saggio biografico e il romanzo, e immagina che dopo la sua morte, avvenuta nel 1910, un aspirante biografo della defunta ne cerchi le tracce parlando con testimoni e conoscenti, in una sorta di indagine volta a ricostruirne la complessa personalità, e magari a far luce sulle ombre che pure si addensavano su di lei. Un “looking for Florence” garbato e documentato come devono esserlo i saggi, ma che dà l’impressione di non aver ottenuto il appieno il suo scopo, visto che la “ricercata speciale”, malgrado l’accanimento del suo biografo, continua a rimanere imprendibile ed enigmatica. Fantasmatica. Una presenza-assenza, la sua, un poco frustrante, e che non può non farci fantasticare su come sarebbe stato, questo romanzo/biografia, se Sinoué avesse concesso a Florence (non importa quanto romanzata e innestata con le fantasie dell’autore) di farsi voce narrante della propria vita, invece di delegare il compito alle “deposizioni” di una schiera di personaggi-testimoni, attraverso le quali ricostruirne la vicenda. Un procedimento, questo, intelligente e raffinato, ma anche un po’ freddo – scostante. Calore: ecco quello che manca in queste pagine.

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER