La sorella cattiva

La sorella cattiva
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La scrittrice Maria Cristina Väätonen ama mangiare cocktail di gamberi e gelati all’anguria in riva al mare: non è per questo che si è trasferita dal Canada a Santa Monica. Le piace anche guidare veloce la decappottabile verde, tornare a casa all’ora che le pare e accendere tutte le luci, quasi tenesse in cantina una piccola centrale elettrica: no, non sono nemmeno questi i motivi che l’hanno spinta a restare in California da oltre dieci anni. Ha costruito un impero di abitudini nel quale si è rifugiata: ecco la ragione. Un giorno però riceve una telefonata che basta a far vacillare ogni cosa. Maria Cristina riconosce subito la voce, anche se sono dieci anni che non la sente. Cerca qualcosa da bere – c’è del gin accanto al lavabo – poi si siede sul pavimento e chiude gli occhi: “Che vuoi, mamma?” Silenzio. “Devi venire a casa”. E poi ancora qualche parola, insufficiente e arida, perché la madre non è mai stata capace di spiegare le cose o d’aver la gentilezza di raccontare. “Adesso vedo” fa la figlia. Poi basta. Maria Cristina pensa che adesso dovrà pure confessare la verità sulla sua famiglia a Rafael Claramunt – lo scrittore con il quale è andata a letto quando aveva solo sedici anni e che poi l’ha aiutata a pubblicare il suo primo romanzo, quello che tutti credevano autobiografico...

L’undicesimo romanzo di Véronique Ovaldé è una sorta di Favoloso mondo di Amelie che vira al cupo e all’inquietante. Dietro i comportamenti della protagonista Maria Cristina – fragile, brillante ma chiusa in se stessa – si cela un’infanzia complicata e un trauma mai risolto. Più si va avanti nella lettura più si passa dal realismo magico al macabro, scoprendo quanto sia intenso il senso di colpa che consuma – e allo stesso tempo nutre – Maria Cristina. Ovaldé sembra quasi giocare con i lettori: a volte li spinge lontano sferzando uno stile esigente (frasi spezzettate e secche che descrivono la vicenda con distacco, capitoli glaciali di sole liste, la voce del narratore che ammette fin da subito quanto il suo racconto sia frammentario e imparziale); altre volte li richiama a sé facendoli accomodare in capitoli lirici e accoglienti – a cominciare da quello sul passato di un uomo che si fa chiamare Judy Garland, passando per il commovente ritorno a casa di Clauramunt e finendo con il mistico passatempo di Maria Cristina che indovina la causa di morte e il destino di chi le sta accanto. E si sta lì, con le gambe sospese in aria tra l’incubo e il sogno in un’altalena di pagine: fino al punto di svolta.



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