La spia

La spia
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Parigi, 15 ottobre 1917, cella numero 12 del penitenziario femminile di Saint-Lazare, gestito dalle monache. Suor Léonide entra nella stanzetta e con delicatezza, come volesse avvolgerla in un abbraccio, sveglia la carcerata che dorme serena, quasi ignara del luogo in cui riposa. La notizia che deve esserle comunicata è infausta, sulla porta si fanno avanti l’avvocato Claunet e il capitano della polizia Bouchardon, al seguito vi è anche padre Arboux, pronto a offrire conforto. La grazia domandata per la donna prigioniera è stata respinta e non si può sperare oltre, con rassegnazione ed eleganza lei si alza dalla brandina, consegna una lettera testamento e delle buste sigillate ai presenti, poi, quasi si preparasse per un evento ben lontano da quello a cui deve partecipare, si veste con attenzione: indossa le calze nere, i tacchi coperti di nastrini, i guanti, il cappotto di pelle, la stola di pelliccia di volpe e acconcia con cura i capelli, fermandoli con un copricapo. È perfetta e bellissima, fiera e imperscrutabile, pronta a essere condotta al castello di Vincennes dove si compirà il suo destino. È Mata Hari, la ballerina, la spia, la donna fatale. Dodici ufficiali zuavi la attendono nel piazzale, schierati, pronti col fucile in spalla: “Il comandante del plotone d’esecuzione, che sorvegliava attentamente gli uomini per evitare che controllassero i propri fucili – la prassi vuole che uno dei fucili sia caricato con un colpo a salve, cosicché tutti possano pensare di non avere sparato il proiettile mortale -, parve rilassarsi. Presto sarebbe stato tutto finito”…

Margaretha Geertruida Zelle nasce il 7 agosto del 1876 a Leewarden, città del nord dei Paesi Bassi. Dopo un’infanzia vissuta nel lusso, in seguito alla bancarotta paterna, cresce tra collegi e parenti, nel 1896 sposa il capitano Rudolph Mac Leod. Un matrimonio infelice, durante gli anni trascorsi in Indonesia il marito la violenta e la brutalizza, quando il primogenito muore si trasferiscono a Parigi e giungono alla separazione. È questo il periodo del grande cambiamento: Margaretha diventa Mata Hari, esplode il suo successo nella danza e inizia a frequentare le case di politici e aristocratici, collezionando amanti. Una donna il cui peccato maggiore è stato essere “emancipata e indipendente in un mondo governato dagli uomini” e la cui unica colpa dettata dalla necessità di mettere da parte denaro è stata “raccogliere soltanto i pettegolezzi dei salotti dell’alta società”. Chi era realmente Mata Hari, a cui i tedeschi chiesero di firmarsi H21? Una manipolatrice che ha tenuto in scacco personaggi di alto profilo o solo un’ingenua che aspirando a uno stile di vita migliore è stata a sua volta manipolata fino a cadere vittima di giochi di potere? Ognuno potrà farsi un’idea su questa donna che sente di essere nata in un’epoca sbagliata e che non vuole apparire vittima, bensì capace di percorrere coi propri passi una strada scelta con consapevolezza. Non brama l’amore, ma la libertà. Paulo Coelho, pur con alcune licenze letterarie, dà voce a uno dei personaggi femminili più noti e controversi, donna ammirata e odiata, la cui memoria ha patito a causa del pregiudizio, che fino all’ultimo ha gridato la propria innocenza: “Sono una prostituta, lo ammetto, ma mai una spia.” Affascinata da Modigliani, commossa dalle opere di Oscar Wilde, innamorata della figlia. Dopo la morte Mata Hari venne ceduta all’Istituto di medicina di Parigi, il corpo sezionato e sepolto in una fossa comune e la testa, triste epilogo, trafugata negli anni successivi dal Museo di Anatomia Delmas-Orfila-Rouvière.



 

 

 

 
 
 
 

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