La spiaggia d’oro

La spiaggia d’oro
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Un uomo e una bambina a bordo di una goletta snella e leggera solcano il mare, il Tirreno familiare e avventuroso insieme, in cui luce dal cielo e riflessi dall’acqua si fondono e dipingono scenari d’avventura: “La goletta andava, vele a dritta. Filava, il maestrale la inclinava: lo scafo si risollevava e intanto aveva corso una parte; tornava, sotto il vento, basso sulla destra, risaliva, percorreva un’altra misura”. L’uomo è esperto, conosce tutti i segreti della barca e dell’acqua. La bambina è curiosa di tutto. Vuole sapere come funziona il timone, che cosa si prova a stare a prua, come si manovrano le vele, se c’è il rischio di cadere in mare. Attraverso il racconto dell’uomo la bambina scopre i segreti della navigazione e del mare, come controllare la rotta guardando le stelle e da queste farsi condurre fino ad avvistare la meta. L’isola, che è vicina, eppure man mano che la navigazione procede pare allontanarsi sempre più. Una notte sulla goletta appare una donna, all’improvviso. È la bambina a scoprirla, con un po’ di paura. Tuttavia la donna ha un atteggiamento amichevole, mangia pane, olio e tonno da una scatoletta e intanto sorride. Pronuncia una frase misteriosa: “Questa è l’altra vita”. La bambina chiede spiegazioni all’uomo: chi è questa donna, quando è salita a bordo, perché non ha preso un’altra nave, una di quelle di linea? L’uomo non lo sa, o non vuole rispondere...

La spiaggia d’oro, Premio Strega nel 1971, racconta la storia di una traversata dal continente a un’isola che, al di là dei riferimenti concreti, assume il significato del mito. L’isola diventa una meta inafferrabile, la metafora di un paradiso perduto che, mentre la navigazione procede, si fa più vaga e più lontana. La nave diviene invece metafora della vita e la navigazione metafora del tempo. Brignetti, con grande maestria narrativa, conduce il racconto sul filo di entrambi i significati e la narrazione concreta, in cui i termini marinareschi abbondano, si fonde con quella mitica e allegorica. La narrazione procede avvalendosi anche di frequenti flashback, così che l’isola e il tempo dell’infanzia e della prima adolescenza sembrano coincidere. Quando tenta di ricostruire la rotta seguita dalla goletta, fattasi troppo lunga, il protagonista si accorge che venti, vele e timone han fatto il proprio gioco, non assecondando affatto i propositi e i desideri dei naviganti. Come accade anche nella vita di ciascuno. Nel romanzo troviamo anche squarci di momenti e ricordi biografici di Brignetti, che era figlio del guardiano del faro di Capo Rosso, sull’isola del Giglio e che poi aveva trascorso infanzia e adolescenza all’Elba, frequentandovi tutte le scuole, dalle elementari al liceo. Fondendo biografia e metafora, si svela allora il significato della frase conclusiva del libro: “Non c’è più, l’isola. Della nave osservarono insieme le fioriture del viaggio attraverso le strie di ruggine e il sale bianco sui legni. Parlarono delle porte chiuse”.



 

 

 
 
 
 

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