La sposa scomparsa

La sposa scomparsa

Libera è sulla cinquantina, vive in un casello ferroviario recuperato in zona Giambellino, è in città ma dispone pur sempre di un pezzetto di giardino. Dopo essere rimasta vedova con una figlia da crescere e una mamma che potremmo definire quantomeno eccentrica, dopo il doloroso fallimento della sua libreria, quel casello e quel giardino sono stati la sua salvezza. Ha cominciato a fare bouquet personalizzati e dopo l’intervista di una sposa vip, che ha definito il suo un vero portafortuna, gli affari vanno benino. Oddio, c’è sempre la preoccupazione per la figlia Vittoria, poliziotta per reazione alla morte del padre, poliziotto anche lui, trovato ucciso senza un perché e soprattutto senza un chi. Anche Jole, la mamma settantenne che l’ha fatta crescere dal nonno mentre era impegnata nella ricerca del sé (questa cosa dei sé che si nascondono perlopiù in India andrà indagata prima o poi), con la mania di accasarla ‒ possibilmente con il commissario che incidentalmente è il padrino di Vittoria ma nel caso si presentasse va bene anche un altro ‒ con lo yoga e il tablet sempre connesso che convivono allegramente, con una schiera di amici che come lei praticano l’amore libero, quando non è in giro e si piazza a casa sua è un adorato peso. In questo tran tran più o meno tranquillo irrompe silenziosamente Rosalia, una donna la cui figlia è scomparsa dal 1988, poco dopo essere stata lasciata dal fidanzato quasi marito, mai più ritrovata né viva né morta. Vittoria conosce il caso, non è la prima volta che Rosalia cerca di far riaprire il caso e non ne vuole sapere. Lei. Libera e Jole, che poliziotte non sono, prendono a cuore il dolore della donna, per ragioni diverse. E con i loro mezzi cominciano a indagare…

Giornalista esperta di “nera”, caporedattrice di “Quarto Grado”, la popolare trasmissione televisiva, eppure quando la incontri tutto ti viene in mente tranne che possa lavorare su omicidi, morti violente e robe simili. È una donna esile benché altissima e di una dolcezza disarmante. Poi leggi La sposa scomparsa e capisci che in quella bella signora convivono tranquillamente due anime. La prosa è delicata, mi sono commossa quando ho trovato scritto “desunse” e poco dopo “mi sta turlupinando”: lo so, mi commuovo con poco, ma è così raro trovare una scrittura semplice e colta, un linguaggio che si percepisce non ricercato ma naturalmente elegante, che quando capita si gode. Per contro la storia gialla, senza essere minimamente splatter, è sopraffina e durissima. Colpo di scena finale totalmente e completamente inaspettato come nella miglior tradizione. Insomma una gran bella fantasia quella della Teruzzi (per sua stessa dichiarazione non attinge alla cronaca, almeno non a quella recente, se non per qualche spunto che poi sviluppa in tutt’altre direzioni). Quello che però colpisce davvero, o perlomeno ha colpito me, è la profonda sensibilità con cui affronta un tema delicato come quello delle scomparse. Ferite impossibili da chiudere fino a quando non si scopre la verità. Per quanto terribile sia, la verità è l’unica cosa in grado di dare ristoro se non pace a chi subisce la “perdita” di una persona cara: penso per esempio a Daniele Potenzoni, scomparso durante una gita e di cui non si sa più nulla, o a Roberta Ragusa, i cui figli si chiederanno per sempre se la madre sia viva o morta. La Teruzzi scrive decisamente dei romanzi “femministi”, le sue donne sono libere per davvero: non liberate, aggettivo che presuppone una precedente “sottomissione”, ma libere per istinto, per nascita. E soprattutto sono, o dovrebbero essere, dei modelli per tutte noi.



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