La stanza chiusa

La stanza chiusa

Marta Pinto è una ragazza giovane. Frequenta l’Università e ha una madre completamente assente. Potrebbe passare per una di quelle persone “privilegiate” a cui la vita ha concesso tanto: è ricca, ha avuto la possibilità di avere una vita agiata, sua madre è un architetto famoso sempre in giro per il mondo. Eppure Marta non è felice. Si sente sola. Lo è sempre stata, fin da bambina. La sua tata è sempre stato il suo punto di riferimento. Ora è troppo grande, come le direbbe sua madre, per provare dei sentimenti del genere. Dovrebbe essere più forte, più indipendente. Ma non è così. Marta ha fatto una brutta caduta e ha dolori nella zona lombare. Si rivolge ad un medico: il dottor Antonio Guareschi. L’uomo non le fa una buona impressione, ha qualcosa nel modo di guardarla che non le piace. Qualcosa che la fa rabbrividire. Marta si fa forza e decide di non lasciarsi influenzare da questa sensazione. Vedrà il medico per le altre sedute e starà meglio… Norma Gigli, dapprima in servizio sulle volanti, è diventata vice ispettore. Non le piace il suo nuovo ufficio. Vorrebbe tornare alla sua vita di prima, alle notti in bianco passate in auto, alla strada che la chiama. Il suo nuovo capo le dice che “qualcuno” l’ha raccomandata e che per almeno un mese dovrà restare in ufficio. Norma non ha idea di chi possa averlo fatto. Non ha bisogno di raccomandazioni e desidera solo tornare alle volanti. Un pomeriggio come tanti, a sporgere denuncia davanti a lei compare Marta Pinto. Impacciata, timida, la ragazza non termina nemmeno di denunciare: riceve una telefonata, va via. Norma ha capito che c’è qualcosa che non va e non mollerà la presa fino a che non sarà tutto chiaro…

La stanza chiusa è il secondo romanzo di Deborah Brizzi, che lavora realmente in polizia, dopo Ancora notte. Anche in questo libro la Brizzi si cimenta con un argomento forte e di grande attualità: gli abusi che quotidianamente subiscono le donne, abusi che spesso passano in silenzio. Lo sguardo della scrittrice è però qui molto più ampio. Il romanzo ha una trama complessa: le protagoniste non sono solamente Marta Pinto (la vittima che innesca l’indagine) e Norma Gigli, l’ispettrice. C’è un intero condominio di donne che vivono assieme e che hanno stretto un patto di solidarietà femminile, di aiuto e sostegno reciproco. A capo delle donne c’è Edda Vargas, una signora che ha potenti collegamenti con la polizia e che farà di tutto per tenere al sicuro la sua “famiglia allargata”. Il romanzo è ricco e corposo, polifonico, le storie di tutte le donne si mescolano, si intrecciano e si contaminano. Sono tutte donne che hanno, nel loro passato, subito violenza e che hanno trovato un modo, seppure poco ortodosso, di difendersi. La lettura è piacevole, il romanzo scorre nonostante la “mole”: probabilmente condensare e mettere a fuoco meno narrazioni parallele avrebbe evitato una certa dispersione di tensione e di pathos. La stanza chiusa è comunque un’opera godibile e piacevole, un noir che ci tiene incollati, ci fa sorridere, ci porta in una Milano che non conosciamo. Deborah Brizzi ci costringe a riflettere, se mai non lo facessimo, sulla condizione della donna nel nostro Paese, sugli abusi e sulle violenze, sul silenzio che da sempre avvolge tutto questo: bisogna farsi coraggio e denunciare, non vergognarsi e non colpevolizzarsi.

LEGGI L’INTERVISTA A DEBORAH BRIZZI



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