La stanza di Amelia

La stanza di Amelia
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Amelia nasce nel 1946 nella provincia italiana: pochi soldi, grandi sacrifici, una giovinezza troppo veloce soffocata dalla rinuncia all’unico grande amore della sua vita, Ettore Biamonti. Ettore ha ventotto anni quando nel 1961 si innamora di lei, una passione che l’uomo tenta inutilmente di arginare ma che esplode a dispetto delle differenze sociali e della manifesta ostilità dei genitori della ragazza, troppo piccola ma soprattutto fuori contesto per essere presa in moglie da un contadino senza patrimonio. Il destino di Amelia è già segnato e mentre Ettore si trasferisce a cercare fortuna negli Stati Uniti, lei andrà in sposa a Franco Dambrau, un consulente delle Ferrovie che non ama e che non avrebbe mai amato. Un matrimonio combinato come se ne fanno spesso a quel tempo, un buon partito eppure l’inizio di un’esistenza che piano piano si sfilaccia e diventa altro da sé. Dopo anni di infruttuosi tentativi nasce Lia ed è una figlia che Amelia avrà sempre difficoltà a capire, ai loro grandi conflitti si contrappone un amore disarmante che accomuna la bambina e il padre. Franco giustifica Lia sempre e comunque di fronte alle sue intemperanze giovanili, contro il parere della madre che vede invece covare in quella ragazza sconclusionata e difficile il germe della scostumatezza. Sono anni difficili che passano accanto alle varie vicende familiari ma soprattutto all’ictus che colpisce Franco nel 1998. Di fronte alla malattia del padre Lia, divenuta nel frattempo anche lei madre di un bambino, Tommaso, concepito durante una vacanza in un campeggio estivo, sembra mettere la testa a posto. Si laurea in Scienze Infermieristiche e rimane nella casa paterna per tutti gli anni dell’agonia di Franco che muore nel 2003, sciogliendo i cappi che tenevano insieme le due donne in un’abitazione divenuta fortezza, piena di silenzi e incomprensioni. Lia riparte dietro ad un altro dei suoi amori infelici, Tommaso rimane con la nonna, cresce “con la paura costante di non farcela” ma a soli ventiquattro anni diventa un pasticciere apprezzato e stimato. Ed è proprio lui, il giorno della morte di Amelia, a scoprire un vecchio diario nascosto, tutto il passato della donna raccontato nei minimi particolari, ogni sua memoria, ogni segreto taciuto e rivelazioni che riapriranno ferite mai chiuse nella vita di tutti…

Quanto tempo ci vuole per raccontare una vita? Quanto ancora per dimenticare? Amelia sa che un quaderno non basta, sa già che sarà utile forse per ripulirle la coscienza, per rimettere le cose in un ordine in cui non sono mai volute stare ma ammette che non servirà ad assolvere le colpe lasciate per strada e gli errori perpetrati nell’ostinato tentativo di credere che la rinuncia fosse sufficiente ad assolverla. Sotto il grande crocifisso appeso alla parete, Amelia scrive, chiusa a chiave in una stanza che diventa l’unico rifugio possibile dopo la morte del marito, una morte che arriva come una liberazione dopo anni di disamore e di una passione mai nata. La storia di Amelia è in fondo la storia di sua figlia Lia, entrambe allergiche alle regole e alle imposizioni, entrambe attratte da uomini sbagliati, madri senza averne l’istinto, segnate da imprudenze che si sono cucite addosso come una condanna. Ma in tutto questo infelice accomodarsi sui propri fallimenti, spicca come un diamante ostinato e splendente la figura di Ettore, “un uomo semplice e buono, capace di stare davanti ad Amelia con il cuore spaccato in due”, un uomo che fa della privazione un passaggio obbligato in ogni scelta della sua vita. L’amore che lega Ettore ad Amelia è qualcosa di superiore, trascendente, immortale. È il tempo che non si arrende e supera le distanze, i dolori, le mancanze, ma che si lascia comunque vincere dalle convenzioni, dalla fedeltà ad un Dio che non perdona, dall'incertezza di un futuro che non ha mai avuto la giusta consistenza né il necessario coraggio. Il pragmatismo di Ettore che “non sa se il cielo è vuoto” ma che sa di sicuro che è lontano “e “da lassù nessuno ci vede, ci punisce o ci premia” viene sconfitto dalla religiosità miope e malata di Amelia, invischiata nelle trame sconclusionate di una comunità di preghiera che ha più le sembianze di una Scientology nostrana. Ai fallimenti di una madre fanno quasi sempre da contraltare i sogni infranti di figli spesso incolpevoli, cresciuti a suon di schiaffi e anaffettivo rancore, frutto di una proiezione sbagliata e di invidie mal celate. Non si impara ad essere brave genitrici, a volte non lo si sceglie nemmeno ma la colpa più grave è ostinarsi ad interpretare un ruolo che non ci appartiene. Lia lo capisce quindi prende la sua valigia rossa e scappa lontano da casa e da suo figlio, forse perché intuisce che non sarebbe mai in grado di vestire i panni di un angelo del focolare. Amelia sceglie invece di aggrapparsi ad un relitto destinato al naufragio, fa dell'ostinazione il suo unico credo finendo per rovinare la propria vita e quella di tutti coloro che la circondano. Tommaso, in questo danzare di esistenze ribelli e senza sponde, si inserisce come l’unica figura rassicurante dell’intero romanzo. Capace di costruirsi un domani, nonostante le difficoltà di crescere senza una figura di riferimento, con una nonna apparentemente ostile e genitori assenti, supera i limiti, è capace di affrontare le proprie paure e impara anche ad amare. Le macerie che Amelia dissemina come piccole briciole a segnare la strada verso l’unica verità possibile sono pesanti ma necessarie per marcare un punto di svolta nella vita delle generazioni successive. “La verità è che ci è mancato il coraggio per uscire dal fitto segreto del campo di grano, quando potevamo ancora farlo. Non siamo stati all’altezza dei nostri desideri”. Ed è con questa consapevolezza che il personaggio di Amelia, così sapientemente creato dalla penna di Simona Rondolini, trova la sua ineguagliabile consacrazione. A dire il vero ogni singolo personaggio di questa saga familiare vive di grande forza e altrettante complesse profondità. Si percepisce una unità perfetta nella narrazione che resta corale nonostante i continui flashback e le diverse ambientazioni. Forse il racconto a tratti si lascia prendere la mano dall’urgenza del dettaglio e incede un po’ troppo in passaggi che avrebbero potuto essere più snelli. Eppure crediamo che tutto sia stato necessario, che davvero forse non sia sufficiente un libro a raccontare una vita e che questa storia intensa, meravigliosa, toccante e così profondamente piena di amore sia un piccolo capolavoro in cui nulla è superfluo.



 

 

 

 
 
 
 

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