La stasi dietro il lavello

La stasi dietro il lavello
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Nella Germania dell’Est degli anni ’70 conformarsi al sistema socialista è prima di tutto una necessità, quasi mai una scelta. Claudia prende gradualmente coscienza di cosa significhi vivere nel proprio paese non tanto dalle privazioni materiali, dalla mancanza di beni di consumo, o dai limitati spazi di libertà individuale, ma dalla pratica dell’invisibilità e del silenzio. Se ne accorge a sette anni, quando, dopo aver raccontato con l’innocenza dell’età ad un agente della polizia popolare una barzelletta su Honecker, viene duramente ripresa dalla madre, la quale sa che denigrare il “padre della patria” è un sacrilegio che può portare a conseguenze gravi. D’altra parte la sua famiglia conosce bene lo Stato che ha di fronte: il nonno materno muore a soli quarantadue anni in circostanze non chiare nel carcere giudiziario della Stasi di Rostock, dove era detenuto per attività deviazioniste, mentre la mamma è sospettata di essere una sovversiva per le assidue frequentazioni di dissidenti politici e per questo continuamente controllata. La ragazzina impara velocemente a parlare sotto voce, a diffidare di vicini e conoscenti, potenziali spie, a riconoscere gli “scarafaggi” ovvero gli agenti della Stasi, presenze costanti della sua quotidianità. Diventata adolescente modifica sensibilmente l’atteggiamento scolastico ribelle, perché capisce che per avere accesso all’università, specie nelle discipline umanistiche, non è sufficiente essere intelligenti e bravi nello studio, bisogna essere in linea con l’ideologia del partito unico, la SED. Così, quando le viene assegnato il compito di comporre un’immaginaria lettera al tanto amato poeta Heinrich Heine per denunciarne la grettezza borghese, lo tradisce scrivendo quello che l’insegnante vuole leggere. L’unica via d’uscita dal grigiore repressivo della DDR è andarsene all’estero, per realizzare finalmente se stessa. All’insaputa della famiglia progetta di sposare un amico straniero, una sorta di passaporto per l’espatrio. Il 9 novembre 1989 però imprevedibilmente il Muro crolla e per Claudia cambia tutto…
La stasi dietro il lavello è un romanzo autobiografico ad episodi, che ripercorre in una scrittura privata ed ironica gli ultimi quindici anni della Germania Orientale. Ne viene fuori uno spaccato del clima totalitario del regime: la disciplina, le delazioni, le censure, la paura, l’oscuramento dell’Occidente, i prodotti scadenti dei supermercati. Ma quello che interessa a Claudia Rusch non è un’analisi del potere, piuttosto il proprio personale rapporto con un sistema, il socialismo reale di stampo stalinista, del quale suo malgrado ha fatto parte e con il quale ha convissuto. La scrittrice pone sempre al centro la propria soggettività, usa la prima persona e spesso il discorso diretto per attualizzare il passato. In questo modo affronta le tematiche che più la toccano da vicino, che le hanno procurato illusioni, esaltazioni, mortificazioni, lacerazioni. Fili conduttori sono la ricerca di un “altrove” come possibile e sofferta fuga da un presente immobile e castrante (il romanzo si apre con il desiderio della protagonista di andare nella sognata Svezia e si conclude con un viaggio in macchina a Parigi, in quella Francia scelta come patria d’elezione), e la dimensione politica: sentirsi, nonostante tutto, una tedesca della DDR impegnata nel superamento della fase honeckeriana per costruire un comunismo riformato, alternativo al capitalismo imperante oltre cortina. Un romanzo che a vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino cerca di capire che cosa sia stata realmente la riunificazione tedesca - realizzata sulla carta, non nelle aspettative della gente - ma anche capace di ricordare che le luci e i lustrini dell’Occidente non sono sempre così attraenti.

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