La storia dei sogni danesi

La storia dei sogni danesi
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XVI secolo. Il conte di Morkhoj ritiene di aver scoperto che la Danimarca è il centro del mondo. Per cristallizzare il tempo in un attimo perfetto, nel quale tutto scorra in eterno con immobile simmetria, bandisce dal suo castello gli orologi e fa erigere un muro che isoli tutti i suoi sottoposti dal mondo esterno. Passano 4 secoli e nella tenuta di Morkhoj nulla cambia, finché non nasce Carl Laurids, che riscoprirà lo scorrere del tempo e aprirà le porte al XX secolo. Inizia da qui la saga complessa di una famiglia danese, tra amori e morte, felicità e tragedie, fino al 1989...
Non stupisce che gli editori in giro per il mondo, pur dopo il successo folgorante (e meritatissimo) de Il senso di Smilla per la neve, abbiano esitato a lungo prima di pubblicare il romanzo di Peter Hoeg che aveva preceduto il suo fortunato best-seller. La storia dei sogni danesi, opera d'esordio del formidabile autore scandinavo, è infatti un'esperienza a dir poco spiazzante per chi cerchi tra le sue pagine le emozioni (pur raffinate), i colpi di scena e gli intrecci thriller che accompagnano le avventure di Smilla. Il giovane Hoeg, al suo esordio come romanziere, applica il suo talento visionario e poetico al racconto del cammino verso la modernità di una famiglia danese dal '700 ai giorni nostri. Unire una grandeur quasi dickensiana ad una cura maniacale per minuzie quasi impercettibili, ecco l'ambizioso obiettivo di Hoeg, non sempre raggiunto via via che i capitoli e i secoli si susseguono. Una genealogia non dipinta a forti tinte come in un romanzo d'appendice, ma sussurrata come fosse un incantesimo, una magia bianca come le nevi danesi o come i volti dei personaggi che si alternano sulla scena, mentre il tempo si contrae o si dilata, e le leggi della fisica, della natura e persino della letteratura vengono vezzosamente trascurate. Perdendosi (a volte letteralmente) nella prosa di Hoeg si ha la netta sensazione che la maggior parte del romanzo sia non scritta, sotterranea, implicita. Questo dona insondabili profondità alla vicenda, ma ne rende a tratti faticosa l'esplorazione, anche se alcuni capitoli (tra tutti il primo, a dir poco folgorante) rivelano un talento davvero immenso e una sensibilità non comune. Nel libro d'esordio di Hoeg sono già presenti i punti fermi della sua poetica, che ritroveremo in seguito in tutte le sue opere: il tempo, l'infelicità, l'incapacità di sincronizzarsi con la realtà. Praticamente incomprensibili i richiami, ora ammirati ora sarcastici, ad alcuni archetipi culturali danesi. Raffinato senza compromessi, mai furbo, dal ritmo lento. Luce di candela, concerto per quartetto d'archi, orologio che ticchetta. Tic-tac, tic-tac. Si fa buio.

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