La storia finisce qui

La storia finisce qui
Nella casa della sciantosa la chiamavano Eva, ma il suo nome è un altro: il nome è l’unica cosa che è riuscita a proteggere. Perché la vita non è stata generosa: è cresciuta in una casa che malapena bastava per tre, lei, la mamma e il fratello Alfonsino, è andata a servizio dai padroni della cascina e la sua amicizia con Mario, il figlio dei signori, è stata tradita dalle attenzioni di lui brutalmente trasformate in violenza, è stata costretta ad abbandonare il paese dopo la morte della mamma lasciando indietro il suo cane (l’unica vera compagnia dell’infanzia) e affidando il fratello a un istituto dove nessuno sa lenire l’angoscia dell’handicap che lo strazia. Sul suo cammino ha incontrato persone buone: la sciantosa che l’ha avviata alla professione più vecchia del mondo ma l’ha sempre protetta e a suo modo amata, l’amica Teresa, l’Ernesto il comunista, e Antonio. Il suo Antonio. Che l’ama e la riempie di baci, e la sposa nonostante il matrimonio sia contrario al suo credo politico e alla sua filosofia di vita. Antonio sa amarla, e il loro bambino sarà il più bello di tutto il paese. Ma la vita pretende ancora lacrime, e un giorno la felicità finalmente toccata a mani piene scappa via all’improvviso…
Il romanzo di Lucia Ravera racconta la vita con brutale immediatezza, usando il linguaggio delle cascine della bassa padana e insinuando nelle ossa l’umidità delle risaie. La storia di “Eva che non è Eva” (svelarne qui il vero nome significherebbe raccontare in qualche modo parte dell’epilogo) è il cammino drammatico e disincantato di una giovane donna verso l’illusione dell’amore, della stabilità, di una protezione che nessuno ha mai saputo garantirle se non per momenti troppo fuggevoli. Illusione meravigliosa e semplice insieme, destinata a crollare senza spazio per la pietà di fronte al dramma. E alla crudeltà di una vita segnata fin dalla nascita, fin dal primo rifiuto di un padre inesistente che non ha la minima intenzione di conoscere la figlia o sfiorarle il viso con una carezza. Le aspettative di questa donna errante, sola, abusata sono piccole e probabilmente banali, eppure appaiono enormi, eccessive di fronte al destino che ha deciso di toglierle ogni residuo sorriso. E il finale non è altro che un ritorno annunciato: all’essenza, al controsenso di vivere ai margini di una strada ferrata su cui i treni passano lanciando fischi nel vuoto dei campi. La storia finisce qui è un romanzo breve e densissimo, che lega e appassiona, e strappa lacrime avare come il dialetto della bassa padana e la terra scura sotto le unghie, che non va via neanche quando si strofina il sapone fino a farsi male.

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